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A Gaza City è l’inferno. L’offensiva finale di Netanyahu va avanti

La popolazione civile ha reagito con una fuga disperata. Dopo i lanci di bombe illuminanti che hanno squarciato la notte, migliaia di famiglie hanno abbandonato le case, in cammino verso sud.

A Gaza City è l’inferno. Da lunedì sera la Striscia è diventata il cuore di una battaglia senza tregua, colpita contemporaneamente dal cielo, dal mare e da terra. L’esercito israeliano ha dato il via all’operazione “Carri di Gedeone 2”, definita “decisiva” dal ministro della Difesa Israel Katz convinto che “se Gaza City cade, cadrà anche Hamas”. In prima linea, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha parlato di “una missione etica e vitale: riportare a casa tutti gli ostaggi e smantellare le capacità militari e governative dell’organizzazione islamista”. I boati delle esplosioni hanno fatto tremare perfino i palazzi di Tel Aviv, a decine di chilometri di distanza, come durante un terremoto. Gaza City è stata sottoposta a una pioggia di fuoco: raid aerei, bombardamenti a tappeto, droni e mezzi blindati telecomandati guidati verso i settori minati per distruggere i tunnel e i comandi sotterranei di Hamas.

Il bilancio delle prime ore parla già di quasi cento morti solo nella città, secondo fonti mediche citate da Al Jazeera. Ma le cifre restano provvisorie: le macerie ancora non permettono di contare con precisione le vittime. Testimoni locali raccontano che interi edifici sono stati rasi al suolo e che squadre di soccorso improvvisate scavano con le mani per cercare sopravvissuti.

La popolazione civile ha reagito con una fuga disperata. Dopo i lanci di bombe illuminanti che hanno squarciato la notte, migliaia di famiglie hanno abbandonato le case, in cammino verso sud. Chi possiede un veicolo lo affitta a prezzi proibitivi, e il carburante è quasi introvabile. Per molti l’unica possibilità resta muoversi a piedi, trascinando bambini e pochi averi.

La strada costiera al-Rashid si è trasformata in un immenso imbuto: ore di coda, carretti trainati da asini, automobili stracariche, persone che camminano senza sosta. I video diffusi sui social mostrano famiglie intere che cercano di raggiungere Khan Younis e il campo di tende di al-Mawasi. Netanyahu ha dichiarato che “il 40% della popolazione ha già lasciato la città”, mentre oltre 350.000 persone risultano sfollate.

Chi non riesce a muoversi, centinaia di migliaia di civili, passa le notti all’aperto, sotto il ronzio dei droni e il bagliore delle esplosioni. Israele accusa Hamas di usare la città come “scudo umano”, impedendo con la forza ai residenti di evacuare. Ma i racconti dei gazawi descrivono soprattutto la disperazione di chi si sente intrappolato, senza un luogo sicuro dove rifugiarsi. “Non abbiamo dove andare – scrive un giovane in un messaggio sui social – il sud è già pieno, eppure restare qui significa morire”.

Il presidente americano Donald Trump ha avvertito Hamas: “Avranno grossi problemi se utilizzeranno gli ostaggi come scudi umani”. Hamas ha replicato accusando Netanyahu della sorte dei prigionieri e denunciando il sostegno americano come “palese pregiudizio sionista”. Lo stesso premier israeliano ha annunciato di essere stato invitato alla Casa Bianca tra due settimane, subito dopo il suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un incontro che rischia di sancire l’ulteriore isolamento internazionale di Israele: in Europa cresce il malcontento, la Spagna ha annunciato il boicottaggio dell’Eurovision per la partecipazione israeliana, e a Bruxelles i commissari Ue preparano nuove misure restrittive.

A pesare come un macigno sul conflitto è l’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, che parla apertamente di rischio genocidio. Gli esperti hanno documentato “l’uso sproporzionato della forza, l’assedio totale e la distruzione sistematica delle infrastrutture civili”, configurando possibili violazioni del diritto internazionale e della Convenzione sul genocidio del 1948.

Il rapporto  non assolve Hamas, responsabile dei massacri e dei sequestri del 7 ottobre e dell’uso di scudi umani, ma denuncia Israele per una campagna militare che “va oltre la necessità di autodifesa e assume i contorni di un annientamento deliberato della popolazione di Gaza”.Un quadro che le Nazioni Unite descrivono come “catastrofe umanitaria senza precedenti”. E che spinge la comunità internazionale a invocare un cessate il fuoco immediato e corridoi umanitari veri. Ma sul terreno, la guerra continua: Gaza resta sospesa tra macerie e sangue, mentre il mondo si interroga sul confine sottile tra sicurezza e sterminio.

 

 

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