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Addio a Sebastião Salgado, il grande fotografo brasiliano che ha raccontanto la bellezza e la sofferenza del mondo

Attraverso il bianco e nero delle sue immagini, Salgado ha documentato i grandi movimenti dell’umanità: le fatiche del lavoro, le migrazioni, le guerre, ma anche la meraviglia primordiale della natura. Le sue serie più celebri — Workers, Exodus, Genesis e Amazonia — sono diventate tappe fondamentali della fotografia contemporanea

È morto a 81 anni, a Parigi, Sebastião Salgado, il grande fotografo brasiliano che ha saputo raccontare come pochi altri la dignità, la sofferenza e la bellezza del mondo. La notizia è stata confermata dall’Instituto Terra, l’organizzazione ambientalista che aveva fondato insieme alla moglie Lélia Wanick. Salgado era affetto da leucemia, malattia insorta dopo una malaria contratta nel 2010 durante un reportage in Indonesia.

Una vita tra economia e fotografia

Nato l’8 febbraio 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, Salgado si era inizialmente formato come economista, lavorando anche per l’Organizzazione Internazionale del Caffè. Fu durante una missione in Africa che scoprì la passione per la fotografia, al punto da cambiare radicalmente vita: nel 1973 lasciò l’economia per dedicarsi interamente all’arte dell’immagine. Iniziò a collaborare con importanti agenzie come Sygma, Gamma e poi Magnum Photos, prima di fondare nel 1994, con la moglie, l’agenzia indipendente Amazonas Images.

La voce silenziosa dei grandi cambiamenti

Attraverso il bianco e nero delle sue immagini, Salgado ha documentato i grandi movimenti dell’umanità: le fatiche del lavoro, le migrazioni, le guerre, ma anche la meraviglia primordiale della natura. Le sue serie più celebri — Workers, Exodus, Genesis e Amazonia — sono diventate tappe fondamentali della fotografia contemporanea. In esse, lo sguardo estetico si intreccia a un’urgenza etica profonda: quella di dare visibilità agli invisibili e restituire sacralità ai paesaggi dimenticati.

L’impegno per la terra

Negli ultimi decenni, il suo sguardo si è rivolto sempre più alla salvaguardia dell’ambiente. Nel 1998, insieme alla moglie, ha fondato l’Instituto Terra per riforestare la Mata Atlântica, una delle aree più degradate del Brasile. Il progetto ha portato alla piantumazione di oltre tre milioni di alberi e alla rinascita di un ecosistema che sembrava perduto. Per questo e per la sua opera fotografica ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Principe delle Asturie per le Arti (1998) e l’elezione all’Académie des Beaux-Arts di Parigi (2016).

Un’eredità che resiste al tempo

Nel 2014, la sua vita è stata raccontata nel documentario Il sale della terra, diretto dal figlio Juliano Ribeiro Salgado insieme a Wim Wenders. Quel film, nominato all’Oscar, ha restituito al grande pubblico l’umanità profonda e la visione poetica di un uomo che ha fatto della fotografia uno strumento di testimonianza e redenzione.

«Una coscienza critica dell’umanità» lo ha definito il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Un uomo che ha camminato tra i minatori del Brasile, i profughi del Sahel e le foreste dell’Amazzonia, restituendo con le sue immagini una dignità epica ai protagonisti del nostro tempo.

Salgado lascia la moglie Lélia, due figli e numerosi nipoti. Ma soprattutto, lascia un’eredità di sguardi e visioni che continuerà a ispirare fotografi, artisti e attivisti in ogni parte del mondo.

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