Afghanistan, al-Zawahiri ucciso a Kabul da un drone armato degli Stati Uniti

Un punto a favore di Joe Biden in vista delle elezioni di medio termine. La morte del braccio destro di Osama bin Laden pone numerosi interrogativi sull’attuale supporto dei Talebani ai gruppi terroristici

di Matteo Meloni

L’uccisione di Ayman al-Zawahiri segna uno dei successi più importanti delle operazioni militari degli Stati Uniti contro il terrorismo islamico dai tempi del raid che portò alla morte di Osama bin Laden. L’esito dell’operazione è stato comunicato alla stampa dallo stesso Presidente Joe Biden, che ha ricordato il ruolo del terrorista egiziano negli attacchi dell’11 settembre del 2001 e negli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania.

La missione dell’esercito statunitense, compiuta domenica scorsa, è stata realizzata con un drone armato che ha colpito l’alloggio di al-Zawahiri nel centro di Kabul, la capitale afghana. Secondo quanto si apprende, il leader di al-Qaeda sarebbe stato individuato nel momento in cui si è affacciato dal balcone dell’abitazione. “Giustizia è fatta”, ha commentato il Presidente. “Non importa quanto ci vorrà né dove ci si nasconde: se sei un pericolo per la nostra gente, gli Stati Uniti ti troveranno e ti elimineranno”.

Un punto a favore del Presidente in vista delle elezioni di medio termine, con l’azione militare che dimostra che per raggiungere obiettivi di questo genere non è necessaria la presenza boots on the ground dell’esercito. L’ex inquilino della Casa Bianca Barack Obama ha scritto che “questa è la prova che si può estirpare il terrorismo senza essere in guerra in Afghanistan”. Ciò non cancella quanto avvenuto lo scorso anno con il ritiro delle forze internazionali dal Paese: un disastro senza precedenti che ha impattato negativamente sia sull’immagine degli Stati Uniti che sulla vita di milioni di persone, abbandonate al regime talebano.

Ma la presenza indisturbata del Dottore nella capitale lascia intendere quanto il presunto nuovo corso dei Talebani nel Paese sia in realtà uno specchietto per allodole, con il Paese ripiombato nelle stesse dinamiche del passato. Al-Zawahiri, infatti, si sarebbe recato a Kabul subito dopo la presa del potere dei Taliban, sicuro di poter operare indisturbato. Zabihullah Mujahid, portavoce dell’Emirato Islamico, ha criticato l’operazione statunitense, definendola contraria agli Accordi di Doha e in violazione dei principi internazionali. “Azioni di questo tipo sono una ripetizione delle esperienze fallite in passato e vanno contro gli interessi degli Usa, dell’Afghanistan e della regione”.

Ma per il segretario di Stato Anthony Blinken sono proprio i Talebani ad aver violato i Doha Agreement, avendo ospitato l’esponente più importante del gruppo terroristico colpevole degli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono nel 2001. “Gli Stati Uniti continueranno ad agire contro coloro i quali mettono in pericolo la nostra nazione, la nostra gente, i nostri alleati”, ha aggiunto Blinken.

Una storia di violenza quella di al-Zawahiri, plasmata dagli eventi di vita personale che l’hanno reso operativo nel mondo del terrorismo di matrice islamica. Una degenerazione del messaggio religioso, sfruttato come forma reazionaria contro i presunti nemici dell’Islam. Una formula che è stata capace di reclutare numerosi adepti, diventati strumenti di morte per attentati terroristici in tutto il mondo. La sua fine non cancella certamente al-Qaeda, ma la presenza del leader in Afghanistan e il rifugio offertogli dai Talebani lasciano presagire un nuovo, preoccupante punto di partenza per altre sigle della galassia legata al jihad, che 20 anni di presenta militare internazionale non sono stati capaci di eliminare definitivamente.

Testo e foto pubblicati per gentile concessione di Eastwest, magazine di geopolitica diretto da Giuseppe Scognamiglio www.eastwest.eu

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