Afghanistan, cosa comporta il divieto della produzione di oppio

Da quando sono tornati al potere, i Talebani hanno reintrodotto il divieto di coltivare i papaveri da cui si ricava la sostanza stupefacente, sperando così che l’Occidente possa chiudere un occhio sulla mancanza dei diritti per le donne

di Pietro Malesani

È passato ormai un anno da quando, il 15 agosto 2021, i Talebani sono tornati al potere in Afghanistan. La rapida avanzata nel Paese, seguita al ritiro americano, si era conclusa con la riconquista di Kabul e il reinsediamento nella capitale, vent’anni dopo la prima volta. Da allora, il regime islamico ha fatto parlare di sé soprattutto per le questioni legate ai diritti umani e ai divieti imposti alle donne, da quello di guidare fino a quello di frequentare la scuola. Ma anche il dibattito legato alla produzione di oppio ha tenuto banco. Da quando sono tornati al potere, infatti, i Talebani hanno espresso la propria volontà di fermare la coltivazione dei papaveri da cui si ricava la sostanza stupefacente, riproponendo un divieto già applicato nel 2001. Ad aprile, alle loro parole è seguito un atto concreto: “La coltivazione di papaveri da oppio è stata severamente proibita – recita il decreto introdotto – e chi violerà la legge sarà punito secondo la Shari’a”.

L’attenzione che il mondo rivolge verso la produzione e il commercio di droga in Afghanistan non è per nulla sorprendente, se si guarda alle dimensione del fenomeno. Nel 2021 la coltivazione di papaveri, la raffinazione di oppiacei e il loro commercio hanno formato nel loro complesso un giro d’affari stimato tra 1,8 e 2,7 miliardi di dollari, spiega un rapporto delle Nazioni Unite. Numeri enormi, che rendono il settore degli oppiacei responsabile per circa il 10% del Pil del Paese. Sulla scena internazionale, l’Afghanistan non ha rivali nella produzione di questi stupefacenti: la quantità di oppio ricavata lo scorso anno rappresenta l’85% di quella prodotta a livello globale ed è sufficiente per ottenere 300 tonnellate di eroina pura.

La legge voluta dai Talebani, che proibisce la coltivazione di papaveri, sembra voler cambiare radicalmente la situazione, e l’inflessibilità che caratterizza il gruppo islamico agli occhi dell’Occidente lascia pochi dubbi sul fatto che questo effettivamente succederà. La storia, però, mostra come il rapporto tra i Talebani e l’oppio sia stato tutt’altro che lineare.

La coltivazione di papaveri in Afghanistan

Quando emersero nella regione meridionale del Kandahar, a metà degli anni Novanta, i Talebani si distinguevano per la loro aderenza ai principi islamici ed erano quindi intenzionati a proibire produzione, uso e commercio di oppio. Ben presto, però, la convinzione lasciò spazio a considerazioni più pratiche: contrastare la coltivazione di papaveri era un problema, non tanto per il guadagno garantito dal traffico di stupefacenti – il movimento era finanziato da Pakistan e Arabia Saudita, più che dall’oppio – quanto per l’importanza che l’economia illegale ricopriva per i cittadini afghani. La coltivazione di papaveri, infatti, era e rimane tutt’ora una delle poche possibilità per una parte consistente della popolazione rurale, povera e situata in zone aride, dove le altre colture crescono con più difficoltà e rendono meno. Vista la necessità di mantenere il supporto degli afghani, i talebani sostituirono il divieto con uno stretto controllo sull’economia dell’oppio.

Solo nel 2001, quando erano al potere, i Talebani decisero di imporre uno stop alla produzione dello stupefacente. La scelta era probabilmente motivata dalla volontà di ottenere un supporto internazionale: il Paese era additato come uno dei maggiori responsabili per il traffico di droga a livello globale e i Talebani erano convinti che un cambio di rotta avrebbe portato a un riconoscimento politico. La campagna fu un successo, dal punto di vista della lotta ai narcotici: in un solo anno, la disponibilità di eroina nel mondo calò di tre quarti. Ma dal punto di vista umanitario, gli effetti nel Paese furono disastrosi: private della loro unica fonte di guadagno, le popolazioni di intere regioni entrarono in una profonda crisi. Il sostegno al regime svanì rapidamente e gli effetti sui talebani furono limitati soltanto perché, alla fine del 2001, l’intervento americano li privò del potere.

La reintroduzione del divieto

Oggi, a vent’anni di distanza, la reintroduzione del divieto è motivata ancora una volta dalla necessità di trovare degli alleati. La motivazione religiosa che in molti richiamano è infatti puramente strumentale, come hanno mostrato le politiche degli anni Novanta. I Talebani sperano che un successo nel contrasto all’oppio possa portare i Governi occidentali a chiudere un occhio sulla mancanza dei diritti, soprattutto per le donne. La misura aiuterebbe anche a rompere l’isolamento regionale. I Paesi che confinano con l’Afghanistan – su tutti IranUzbekistan e Tajikistan – sono infatti fortemente colpiti dal commercio di eroina sul proprio territorio e vedono di buon occhio una sua interruzione.

Allo stesso tempo, il regime avrebbe ogni interesse a non rendere effettivo il divieto, lasciandolo soltanto sulla carta. La distruzione delle coltivazioni, se replicata in maniera sistematica, avrebbe effetti maggiori che nel 2001. L’economia del Paese è in condizioni peggiori, colpita dalla guerra, dalla pandemia e dalla siccità, e già ora nove afghani su dieci vivono sotto la soglia di povertà. I Talebani, poi, trovano buona parte del loro sostegno proprio tra chi produce oppio: sono stati loro spesso a offrire protezione ai contadini e a garantire un proseguimento dei traffici, durante gli anni di presenza statunitense.

Mentre si attende per capire cosa accadrà nel prossimo periodo, sembra certo che il primo raccolto post decreto – previsto per questi mesi – non sarà impedito: l’hanno fatto intendere i Talebani, visto che il divieto è arrivato dopo la semina.

Testo e foto pubblicati per gentile concessione di Eastwest, magazine di geopolitica diretto da Giuseppe Scognamiglio www.eastwest.eu

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