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Arnaldo Pomodoro, l’artista che ha inciso il presente

Tensioni e fratture oltre la lucidità del bronzo, forme antiche e future. Ci lascia un maestro della scultura contemporanea

La morte di Arnaldo Pomodoro, il 22 giugno 2025, chiude un lungo percorso creativo che ha attraversato quasi un secolo. Scultore, incisore, scenografo, Pomodoro ha costruito un linguaggio inconfondibile, fatto di geometrie interrotte, di forme monumentali corrose dall’interno, di superfici che rivelano la complessità sotto l’ordine apparente. La sua ricerca non è mai stata di “moda”, ma è diventata riconoscibile in tutto il mondo, trasformando la materia in segno, il segno in struttura, la struttura in riflessione. La sua arte non ha rincorso il presente: lo ha inciso, letteralmente.

Pomodoro ha lavorato tutta la vita sulla contraddizione tra ordine e disordine, superficie e interiorità. Nelle sue celebri sfere – che molti conoscono più come icone visive che come opere da meditare – la perfezione formale viene interrotta, aperta, incisa. Non si tratta solo di uno stile, ma di un pensiero: dietro la lucidità del bronzo si apre una voragine di ingranaggi, di fratture, di tensioni meccaniche. È una scultura che invita a guardare oltre l’apparenza, a esplorare ciò che il primo sguardo non mostra. In questo senso Pomodoro non ha mai ceduto alla seduzione del gesto facile o dell’effetto decorativo: ha scavato – letteralmente – dentro la forma.

Lontano dal minimalismo concettuale o dalla retorica monumentale, Pomodoro ha sempre cercato una relazione diretta con lo spazio pubblico. Le sue opere non sono messe semplicemente in piazza, ma progettate per abitare i luoghi, per modificarne la percezione. A Roma, all’ingresso della Farnesina — sede del Ministero degli Affari Esteri — si trova una delle opere più rappresentative del suo linguaggio: la Sfera grande, una scultura in bronzo che supera i tre metri e mezzo di diametro. Realizzata nel 1967 per l’Esposizione Universale di Montreal e installata a Roma l’anno successivo, l’opera mostra una perfetta forma sferica apparentemente armoniosa, ma incisa, squarciata, aperta. Come molte delle sue “sfere”, anche questa rivela al centro un cuore complesso fatto di ingranaggi, fenditure e geometrie taglienti: un’iconografia che racconta l’idea di una perfezione solo apparente, di un ordine sempre attraversato da tensioni. Di fronte alla sede della diplomazia italiana, questa sfera spezzata non appare casuale: è quasi un monito silenzioso alla fragilità delle strutture umane, istituzionali e storiche, che nascondono, dietro la superficie, meccanismi instabili e profondi.

Del resto, Roma aveva recentemente dedicato all’artista una grande mostra: Il Grande Teatro delle Civiltà, allestita nel 2023 nella sede Fendi di Palazzo della Civiltà Italiana. L’esposizione raccoglieva una trentina di opere, installazioni, studi teatrali e bassorilievi, mettendo in dialogo la forza visionaria di Pomodoro con l’architettura razionalista dell’EUR. Non era solo un omaggio retrospettivo, ma un riconoscimento della sua capacità di pensare l’arte come forma totale: plastica, scenografica, simbolica. Non a caso, in quella sede l’artista si era misurato anche con il linguaggio del teatro e del mito, due componenti fondamentali della sua ricerca. La mostra restituiva in pieno la sua ossessione per le strutture antiche e future, per il tempo come dimensione scultorea, per la civiltà intesa non come trionfo, ma come enigma.

Milano ospita invece la Fondazione Arnaldo Pomodoro, nata nel 1995 per conservare e valorizzare il suo lavoro, ma anche per essere un laboratorio vivo di sperimentazione artistica e culturale. Situata nel cuore dei Navigli, la Fondazione offre ai visitatori uno sguardo diretto sul processo creativo di Pomodoro attraverso mostre, eventi e attività educative, diventando così un punto di riferimento per la scultura contemporanea a livello nazionale e internazionale. La carriera di Pomodoro è stata segnata da un costante equilibrio tra ricerca formale e impegno simbolico, come testimoniano le sue opere disseminate in tutto il mondo, da New York a Tokyo, da Parigi a Chicago. Tra queste, “La Colonna del Viaggiatore”, a Spoleto, è un esempio emblematico della sua poetica, che coniuga monumentalità e tensione interiore.

La forza di Pomodoro è stata quella di mantenere, per oltre settant’anni, una coerenza non come ripetizione, ma come tensione continua. In un’epoca in cui l’immagine è tutto, Pomodoro ha lavorato sulla struttura, sulla profondità, sul tempo lungo della materia. E non è un caso che la sua morte arrivi proprio mentre l’arte contemporanea si confronta con il rischio di dissolversi nello spettacolo. In un mondo che consuma immagini a una velocità mai vista, il suo lavoro resta lì, solido, quasi silenzioso, a ricordare che la superficie è solo l’inizio.

Arnaldo Pomodoro non è stato un artista “del pubblico”, nel senso della popolarità immediata, eppure è uno degli autori che più ha inciso nel paesaggio delle città italiane ed europee. Le sue opere si trovano nei cortili delle università, nelle piazze delle capitali, nelle sedi delle istituzioni: sempre lì a domandare tempo, sguardo, interpretazione. La sua scultura, anche nella sua monumentalità, non è mai stata autocelebrativa: semmai, una forma di interrogazione continua. La sua morte non chiude solo una parabola individuale, ma segna la fine di un modo di intendere l’arte come pensiero lento, come processo profondo, come costruzione di senso nel tempo. In un panorama artistico in cui la leggerezza spesso sfocia nella superficialità, l’eredità di Pomodoro è pesante — in senso etico, prima ancora che estetico. Ci chiede di tornare a guardare le opere come organismi da attraversare, studiare, vivere. E forse anche da mettere in discussione.

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