Carlo Messina mette oltre 3 miliardi in cinque anni nell’aiuto ai più deboli, risposta concreta alla politica, ai concorrenti e alle imprese private. Subito gli aumenti ai 100 mila dipendenti
di Giulio Talarico

La grande differenza by Carlo Messina: in tempi complessi tra guerre ed inflazione una delle più grandi e solide banche europee mette direttamente in cinque anni un miliardo e mezzo di aiuti ai più deboli e un altro miliardo e 650 milioni attraverso le Fondazioni azioniste, che usano a tale scopo i dividendi ricevuti grazie ai buoni risultati della banca stessa.
Uno sforzo che non ha eguali in Italia sia nel pubblico sia nel privato, anche perchè non basta stanziare tali cifre ma, soprattutto, servono le persone dedicate (mille) che se ne occupano e serve la condivisione dell’intera comunità di Intesa, centomila dipendenti uniti dal dna del valore della solidarietà come elemento distintivo e trainante dell’identità stessa della banca.
Dna che Messina ha instillato nel tessuto più profondo della banca come motore sociale dei risultati di bilancio e che ha ricevuto anche il plauso di Papa Francesco, che ha indirizzato al numero uno di Intesa Sanpaolo un messaggio personale attraverso suor Alessandra Smerilli, segretaria del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale del Vaticano.

Con l’evento “Nessuno escluso, crescere insieme in un Paese più equo” Carlo Messina ha mandato anche messaggi chiari e diretti ad una serie precisa di interlocutori, anche se ovviamente nessuno è stato mai citato: il primo è al settore del credito e della finanza che usa stressare (quando ce li ha) i risultati di bilancio come una sorta di sacrificio pagano alla bravura del ceo di turno, mentre essi nella visione del capo di Intesa Sanpaolo sono soprattutto lo strumento indispensabile non solo per remunerare gli azionisti ma per rinsaldare la coesione sociale del Paese, contrastando le disuguaglianze; il secondo alla politica che evidentemente non aveva capito quanto la prima istituzione finanziaria italiana già restituisse alla società non tanto gli extraprofitti quanto parte dei profitti (e qui ha ricordato che, tra l’altro, Intesa è anche il secondo sottoscrittore dei titoli di Stato dopo la Bce); il terzo alle stesse imprese private, soprattutto a quelle più profittevoli, che spesso non destinano affatto al sociale una quota significativa della propria redditività.

Lando Sileoni, capo della Fabi (il più importante sindacato del settore), ha subito apprezzato. E Giovanni Bazoli, il presidente emerito che ha lavorato dall’inizio alla grande crescita della banca, non ha nascosto di essersi commosso per l’impegno sociale dell’”istituzione Intesa”, come Carlo Messina ha giustamente definito il posizionamento complessivo della prima banca italiana.
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