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Cisgiordania, volontari italiani aggrediti dai coloni: escalation di violenze e territori sempre più a rischio

Tre volontari italiani e un’attivista canadese sono stati picchiati da coloni israeliani vicino a Gerico. L’episodio si inserisce in un contesto di attacchi crescenti, espropri e nuove barriere nella Cisgiordania occupata

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Nel villaggio di Ein al-Duyuk, a ovest della città antica di Gerico, la violenza dei coloni israeliani ha colpito ancora. Tre volontari italiani, due donne e un uomo, insieme a un’attivista canadese, sono stati brutalmente aggrediti durante la notte da un gruppo di coloni armati e mascherati. Calci, pugni e minacce sono stati rivolti ai quattro, impegnati in attività di sostegno alla comunità palestinese del luogo, un’area della Cisgiordania occupata da Israele dal 1967.

Nonostante lo choc e le ferite riportate, i volontari hanno confermato l’intenzione di proseguire il loro lavoro, continuando a monitorare e supportare il villaggio attraverso l’associazione Faz3a.

Il commento del governo italiano: “Un episodio gravissimo”

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito l’aggressione “gravissima”, spiegando che i volontari agivano come presenza protettiva per i pastori, gli agricoltori e i bambini della zona. Una funzione che da anni caratterizza il lavoro congiunto di attivisti israeliani e internazionali, sempre più esposti all’aumento delle violenze.

Secondo Tajani, le autorità israeliane devono intervenire per fermare gli attacchi dei coloni, un problema che sta minando i tentativi diplomatici legati al futuro della Striscia di Gaza e alla stabilità dell’area.

Una violenza che cresce senza freni

Negli ultimi anni la Cisgiordania è teatro di un’escalation costante. I coloni che vivono negli insediamenti considerati illegali dal diritto internazionale prendono di mira abitazioni, animali, terreni agricoli e luoghi di culto. Gli attacchi coinvolgono spesso villaggi cristiani e comunità rurali, con episodi che vanno dalle aggressioni fisiche agli incendi dolosi.

L’obiettivo, secondo le organizzazioni pacifiste, è spingere la popolazione palestinese ad abbandonare le proprie terre, agevolando ulteriori insediamenti.

La posizione dell’Europa e la richiesta di intervento a Israele

Pochi giorni prima dell’aggressione, Italia, Francia, Germania e Regno Unito avevano già manifestato preoccupazione per la situazione in Cisgiordania, denunciando le attività che rischiano di compromettere ogni tentativo di pace. Tajani ha ribadito la necessità che Israele fermi le violenze dei coloni, sottolineando come ogni nuovo attacco allontani ulteriormente una soluzione politica.

La situazione rimane tesa anche per altri motivi: solo qualche giorno fa sei parlamentari del Partito Democratico erano rimasti bloccati per ore lungo la strada fra Gerusalemme e Gerico a causa di un nuovo raid israeliano.

Insediamenti in espansione e annessioni silenziose

Secondo i dati delle Nazioni Unite, ottobre è stato il mese più violento degli ultimi due anni: 264 attacchi documentati contro palestinesi, con morti, distruzioni e incendi. Parallelamente, continua la trasformazione del territorio attraverso espropri e nuove barriere militari.

Dall’inizio di ottobre, riferisce Peace Now, sono stati eretti mille nuovi checkpoint e ostruzioni in Cisgiordania. I numeri sugli insediamenti sono altrettanto drammatici: durante l’ultimo mandato di Netanyahu sono state costruite o autorizzate circa 48.000 abitazioni nei territori occupati, destinate a diventare 50.000 entro fine anno. Sul fronte delle terre confiscate, la cifra è impressionante: 26.000 dunam — pari a 2.600 ettari — sono stati dichiarati “terreno statale”, contro i 2.800 confiscati complessivamente nei precedenti 27 anni.

Una realtà che mette in discussione ogni prospettiva di pace

Le ultime aggressioni, gli espropri intensificati e la continua espansione degli insediamenti mostrano una Cisgiordania sempre più frammentata e sotto pressione. La combinazione di violenza, impunità e trasformazioni territoriali rende ogni accordo di pace più lontano, mentre le comunità palestinesi e chi le sostiene continuano a vivere in condizioni di crescente insicurezza.

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