Economia: trussonomics, le conferme su COP26 e l’ottimismo contro l’austerity

Porre fine all’austerity e affrontare la Greenflation. Con la nuova premier inglese si riaprono scenari positivi per la lotta globale ai cambiamenti climatici e ci si prepara alla COP27 in Egitto con la conferma di Alok Sharma

di Raffaele M. Maiorano

Trussonomics, ossia la serie di proposte lanciate ieri dalla neopremier inglese, Liz Truss che vuole porre fine all’austerity. Bontà sua. Continuità sui temi geopolitici – in barba a chi tifava per Putin dopo la caduta di BoJo – proposte indirizzate alla “working England” e tetto al prezzo del gas, ma anche sui temi della sostenibilità ambientale oltre che sociale.

La conferma di Alok Sharma alla presidenza di COP26, la conferenza sul Climate Change delle Nazioni Unite, è infatti un messaggio forte e incisivo. Sharma è il presidente che pianse nel suo discorso di chiusura del COP26 in UK, quando annunciò il Glasgow Climate pact e l’implementazione dell’accordo di Parigi; pianse perché l’accordo raggiunto – specialmente sull’eliminazione del carbone – non era stato così ambizioso come avrebbe dovuto per via soprattutto dei veti di India, USA e Cina. Si tratta comunque di un risultato importante, un impegno solido, firmato da tutti i 197 Stati membri. Arrivare alla COP27 in Egitto a novembre con lo spirito di continuità è senza dubbio rincuorante.

La COP26 hai infatti sancito l’accordo su nove importanti punti che riguardano le politiche sul clima, le emissioni, l’uso del carbone, la riduzione della produzione ed esportazione dei carburanti fossili, la forestazione, l’agricoltura sostenibile ed il graduale coinvolgimento dell’India nella battaglia contro i cambiamenti climatici.  Con la crisi energetica in corso e le sanzioni alla Russia per l’invasione dell’Ucraina, alcuni target possono apparire infatti complessi dall’essere raggiunti, come la decisione di arrivare a No Coal – zero carbone – dal 2030 in poi fino al 2050 per le nazioni povere. Ma la barra è dritta e la rotta potrebbe restare invariata.

Il piano per porre fine a nuovi sostegni pubblici diretti al settore internazionale dell’energia da combustibili fossili varrà da solo 17,8 B$ all’anno. Lo stop alla produzione e vendita di auto a combustibile fossile è un’altra decisione rivoluzionaria – discutibile per certi versi – ma comunque strategica per la riduzione degli effetti sul clima. Il Regno Unito aveva già annunciato lo stop alla vendita di auto diesel e a benzina dal 2030, gli altri stati firmatari dell’accordo di Glasgow si impegnano a farlo dal 2040.

Il 30% della responsabilità del riscaldamento globale, poi ce l’ha il metano. Durante la COP26 gli Stati – con l’eccezione di Russia, India, Australia e Cina – si sono impegnati a ridurne l’emissioni del 30% dal 2030.Insomma, piani ambiziosi che lentamente e gradualmente prendono forma. La conferma di Sharma porta ad avere l’ottimismo che ci si aspetta in una fase così incerta e preoccupante. Ma oltre al fatto che ancora non è facile coinvolgere i grandi Paesi – che sono ovviamente i maggiori responsabili del cambiamento climatico – esistono anche delle incertezze per i cittadini e le imprese europee.

La paura maggiore è quella di non riuscire a sostenere il costo della Greenflation, l’inflazione causata dall’aumento dei prezzi delle materie prime necessarie per le tecnologie verdi in ogni campo. L’inflazione galoppa veloce dall’anno scorso e la sua corsa non sembra arrestarsi. Il gas è aumentato del 70%, il costo dell’energia è triplicato, il prezzo di concimi e prodotti agricoli è ai massimi storici e la paura di non riuscire a restare a galla sale proporzionalmente e vertiginosamente. L’Unione Europea e anche il Regno Unito stanno mettendo in campo una serie di azioni volte a ridurre il peso per i cittadini e le imprese come il tetto al prezzo del gas. Sarà sufficiente? Ci sono poi tutte le strategie del Green New Deal e del Just Transition Fund che supporteranno il passaggio ad un’economia più green, ma non avvengono dall’oggi al domani.

Le risorse di un Pianeta finito non possono però essere infinite e non ci si può aspettare di fare una marcia indietro sui temi del cambiamento climatico e del riscaldamento globale proprio adesso in cui gli Sdg’s, gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite sono entrati nel lessico comune e ci si sta preparando alla COP27. Occorre concentrarsi sulle alternative, fare della sostenibilità una leva per creare valore e non vederla come un mero costo per cittadini ed imprese. La vera sfida globale della buona politica è proprio questa: far capire ai cittadini e alle imprese che alcune rinunce insieme a strategici cambiamenti di processo, ci faranno sopravvivere in futuro.

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