
Il leader africano in Italia ha incontrato anche Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild, per tentare di risolvere, con l’aiuto “dell’amica Giorgia”, l’annosa partita debitoria che contrappone il campione delle costruzioni italiano e il Governo di Addis Abeba
di Guido Talarico
Cosa bolle nella pentola del Corno d’Africa? Cosa accade realmente in questa parte del continente giovane tanto cara all’Italia per ovvie ragioni strategiche? Per la verità poco di buono. Anzi tira una pessima aria. Aria di guerra. Le ragioni sono semplici ed ataviche. Lotte intestine tra etnie contrapposte da generazioni, sogni egemonici e poi il solito agognato accesso al mare. In questo momento storico a menare la danza è il Primo Ministro della Repubblica Federale Democratica di Etiopia, Abiy Ahmed Ali, che dopo aver sbaragliato, a costo di una guerra civile, la competizione con gli odiati tigrini ed aver vinto le elezioni, ora ha vestito di nuovo i panni del guerriero appunto per seguire il suo desiderio di controllo dell’intero Corno.
E’ in questo contesto che va letto il tour europeo di Abiy della scorsa settimana. Le sue visite lampo a Parigi e Roma vanno inquadrate nel suo tentativo di ottenere supporto politico e finanziario per meglio prepararsi, politicamente e militarmente a quello che molti osservatori africani danno di fatto per scontato, vale a dire un conflitto con Eritrea, piccolo ma indipendente ed arcigno stato che da decenni si oppone al desiderio di conquista etiope, per ottenere finalmente l’agognato accesso diretto al Mar Rosso.
Abiy è così stato ricevuto il 22 maggio all’Eliseo dal presidente francese Emmanuel Macron. Una visita annunciata solo cinque giorni prima, a testimonianza della natura “confidenziale” dell’incontro, che avrebbe dovuto rafforzare la cooperazione economica tra i due Paesi. Il precedente faccia a faccia risaliva a dicembre ad Addis Abeba, in occasione dell’inaugurazione del Palazzo del Giubileo, quando Macron aveva celebrato anche il proprio compleanno nella capitale etiope.
La tappa a Roma tra la Premier Meloni, il Papa e Webuild
Da Parigi, Abiy si è spostato a Roma, saltando l’ultima tappa inizialmente prevista a Londra a causa delle forti proteste organizzate dalla diaspora etiope nel Regno Unito. La comunità, indignata per le violenze nella regione Amhara e per la repressione politica ad Addis Abeba, si era mobilitata per impedire l’arrivo del premier. Ed evidentemente c’è riuscita.

Il viaggio di Abiy si inserisce in una sua più ampia strategia volta ad assicurarsi il sostegno dell’Unione Europea. Nei suoi disegni la Francia potrebbe fungere da tramite con Berlino, mentre l’Italia, guidata da Giorgia Meloni, resta un interlocutore privilegiato per i governi conservatori e nazionalisti. Nella nota stampa emessa a valle dell’incontro, Palazzo Chigi ha sottolineato la validità del partenariato con l’Etiopia ed il suo ruolo all’interno del Piano Mattei. Ma nulla di più.
In Italia, Abiy pare abbia incontrato anche Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild – società responsabile della costruzione della GERD Grand Ethiopian Renaissance Dam, una diga monumentale sull’Alto Nilo la cui costruzione, è fortemente contestata come elemento di divisione e disturbo da paesi vicini come Egitto e Sudan. Un lavoro che vede Webuild molto esposta finanziariamente per una serie di pagamenti ancora non ricevuti e per i ritardi generali registrati dal progetto. Fonti diplomatiche rivelano che Abiy abbia tentato una mediazione chiedendo “all’amica Giorgia” di utilizzare una parte dei fondi del Piano Mattei per saldare almeno parte dei debiti con Webuild. Vedremo.
A Roma, il premier etiope ha incontrato anche il nuovo papa, Leone XIV, e ha cercato anche con lui di rilanciare l’immagine del suo governo e così avere maggiore fiducia da parte degli investitori stranieri. Anche questo è apparso come un tentativo ambizioso, ma difficile da far passare visto che il Paese è sull’orlo del collasso e con un conflitto imminente alle porte.
Ed ecco dunque che la spiegazione più attendibile sulle ragioni di questo veloce viaggio europeo di Abiy arriva da Mehdi Labzaé, un ricercatore del prestigio istituto francese di scienze politiche e sociali, il CNRS. “Il vero obiettivo del tour – ha spiegato – è sondare le posizioni degli alleati in vista di un nuovo scontro armato con l’Eritrea. Il regime etiope è in difficoltà economica estrema e alla ricerca disperata di finanziamenti.”
Una guerra annunciata
Le parole di Labzaé sono largamente condivise da molti osservatori africani, tutti concordi nel dire che la situazione nel Corno d’Africa è nuovamente esplosiva. “Esiste una probabilità molto alta che la guerra con l’Eritrea scoppi di nuovo”, ha infatti detto di recente Abel Abate, analista di Chatham House.
Dopo l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993, le ostilità con l’Etiopia, all’epoca guidata dalla minoranza tigrina, sono rimaste latenti, esplodendo tra il 1998 e il 2000. Abiy, insignito del Nobel per la Pace nel 2019 per i suoi sforzi di riconciliazione, nel giro di pochi anni ha cambiato posizione contribuendo – secondo molti analisti – ad alimentare nuove fratture, in particolare nella regione del Tigrè, teatro di una guerra civile terminata solo nel novembre 2022 con l’accordo di Pretoria.
Oggi Abiy, dismessi i panni del pacificatore, punta, come dicevamo, ad acquisire l’accesso al mare, perso con la secessione eritrea, sognando una base navale nel porto di Assab. Una perdita che più volte ha definito come un “errore storico da correggere”.
In Europa, si riconosce la legittimità della richiesta etiope, ma, a quanto risulta, nessun leader ha offerto finora un piano concreto. Abiy guarda dunque a potenziali mediatori regionali, come la Turchia, già attiva tra Etiopia e Somalia nella disputa sul porto di Berbera, nel Somaliland.
Tra repressione interna e preparativi militari

D’altro canto il governo etiope continua a ricevere segnali di indulgenza dall’Unione Europea, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani nelle regioni di Amhara e Oromia. Il presidente eritreo Isaias Afwerki, che in un primo momento si era fidato dell’approccio pacificatore del leader etiopico, oggi osserva con preoccupazione le manovre del vicino, denunciandole come pericolose per la stabilità dell’intera area.
Abiy, dal canto suo, cerca di rassicurare gli europei, dichiarando fedeltà all’accordo di Pretoria, ma accusa il TPLF (Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè) e il suo leader Debretsion Gebremichael, ora vicino all’Eritrea, di sabotare il processo. In realtà, Debretsion ha rotto con Abiy accusandolo di essere la vera fonte del caos che attanaglia il Paese.
Sul piano militare, l’Etiopia continua a rafforzarsi con il sostegno di Turchia ed Emirati Arabi Uniti. I droni turchi vengono impiegati anche nelle aree abitate da civili. Il capo di Stato maggiore Birhanu Jula Gelalcha è stato recentemente a Mosca per incontri con alti ufficiali russi, e Abiy mantiene rapporti consolidati anche con la Cina.
Nella regione di Afar, al confine con Eritrea e Tigrè, sono stati segnalati massicci movimenti di truppe ed equipaggiamenti militari. L’accesso è stato vietato ai turisti, mentre i trasporti di beni sono bloccati sia in Afar che in Amhara. Segnali che parlano da soli.
Progetti faraonici e popolazione abbandonata
A fronte di questi sviluppi, crescono anche le critiche interne. “La diplomazia con l’Europa deve servire la popolazione, non il potere personale di Abiy”, ha denuncia Desta Tilahun, segretaria generale del Partito Rivoluzionario del Popolo Etiope. “Ogni giorno si muore di fame, guerra, siccità. I giovani vanno al fronte, i bambini non vanno a scuola. Se l’Etiopia crolla, le conseguenze saranno globali.”
Il pensiero di molti è che Abiy stia cercando nuovi fondi non per aiutare la popolazione, ma per finanziare i sui progetti grandiosi e slegati dai bisogni reali del Paese. Tra questi: il riarmo del suo esercito, la costruzione di nuovi “corridoi” logistici che guardano sempre al mare e fondi per completare la Grande diga del Rinascimento. Ma sono obiettivo difficili da raggiungere perché il governo di Abiy ha nemici interni (le minoranze tigrine e amhara) ed esterni (Eritrea, Somali Sud-Sudan e anche Egitto). Ed è anche per questo che l’Italia e l’Europa, già esposti in Ucraina ed in Medio Oriente, dovranno stare bene attenti ad evitare la nascita di un nuovo conflitto in un’altra area strategica.
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