L’economia globale appare essere entrata in una fase di incertezza strutturale: l’epoca delle sicurezze macroeconomiche è finita. La fiducia cieca nei mercati, nelle banche centrali e nella geopolitica come fattore di stabilità è messa in discussione da un mondo frammentato, multipolare e tecnologicamente in una fase di accelerata transizione
di Guido Talarico
Mentre gli Stati Uniti, almeno nella parte trumpiana, vivono una fase di eccessivo ottimismo, l’Europa si muove in equilibrio precario tra stagnazione e incertezza politica. Le economie continentali – Francia su tutte – faticano a ritrovare slancio dopo il susseguirsi di eventi critici gravi come la pandemia e la guerra in Ucraina, e restano penalizzate da vari fattori, a cominciare dall’alto costo medio dell’energia. Ma, soprattutto, l’Europa nel suo insieme sembra incapace di produrre una reazione efficace alla polarizzazione della politica che offre pericoloso fiato alle opposte pulsioni populiste.
Dando uno sguardo ai paesi chiave, possiamo così osservare come in Germania la recessione tecnica è ormai realtà, mentre in Francia la crescita è fiacca, i conti pubblici sotto pressione. Ed il tutto senza che Parigi abbia la prospettiva di avere un governo forte e duraturo a breve. Solo l’Italia, pur sempre restando sotto il peso di un debito pubblico pesante, da segni di buona stabilità politica e, in alcuni ambiti, anche di ripresa. Le tensioni internazionali – dal conflitto in Ucraina alla guerra in Medio Oriente, pur se ora forse verso una risoluzione – accentuano la percezione di vulnerabilità strategica del Vecchio Continente.
Non è dunque un caso se anche in Europa il prezzo dell’oro è diventato un termometro della paura: il metallo giallo, in euro, ha toccato massimi storici (è arrivato a superare i 4.000 dollari ad oncia), segnale che anche gli investitori del nostro continente stanno spostando i capitali da asset rischiosi a beni rifugio.
L’oro come bussola dell’incertezza
L’attuale rally dell’oro non è solo una reazione tecnica ma un riflesso psicologico collettivo: quando la fiducia nelle politiche economiche vacilla, l’oro diventa la valuta del dubbio. In questa fase, gli operatori temono che l’America stia entrando in un ciclo di politicizzazione della politica monetaria, e che la stabilità del dollaro – pilastro del sistema globale – possa essere messa in discussione.
E poi c’è la recente uscita di Jamie Dimon, che non è uno qualunque ma l’amministratore delegato di JP Morgan, la più importante banca americana. Dimon ha espresso chiaramente la sua preoccupazione per la fragilità del sistema: “Parliamo di accumulare criptovalute, ma dovremmo accumulare proiettili, armi e bombe. Il mondo è più pericoloso, e preferisco avere sicurezza piuttosto che non averne”. Una frase che fotografa perfettamente il clima di realismo crudo che oggi domina la finanza internazionale: i mercati non temono solo la recessione, ma un possibile cambiamento strutturale dell’ordine globale.
Inflazione, Fed e il rischio di intervento politico
Nonostante le rassicurazioni di Dimon sull’indipendenza della Federal Reserve, i mercati restano in allerta. L’inflazione americana, pur rallentata, non è ancora sotto controllo, e la prospettiva di un taglio dei tassi è diventata più incerta. Qualsiasi segnale di ingerenza politica nella Fed, specie in vista delle elezioni di “midterm” del 2026, potrebbe generare una fuga verso asset rifugio, alimentando ulteriormente la corsa dell’oro.
Una crisi diversa da quelle del passato
A differenza del 2008, oggi la potenziale crisi non nasce dal sistema bancario ma da un eccesso di liquidità e di fiducia nei mercati. Il rischio maggiore è una correzione improvvisa dei listini azionari, innescata da un evento geopolitico o da un crollo di fiducia. In questo senso, le parole di Dimon risuonano come un avvertimento: “Troppe persone credono che il mercato continuerà a salire. Ma la storia insegna che le fasi di euforia finiscono sempre con una brusca frenata”. E in questo senso non appare un caso neppure il fatto che uno dei più capaci investitori americani, Warren Buffet con il suo fondo Berkshire Hathaway negli ultime mesi ha venduto il più possibile. E lo ha fatto per due ragioni: la prima perchè immaginava che i mercati andranno a scendere, la seconda perchè quelli bravi comprano quando il mercato crolla.
Il contrappeso britannico
In un passaggio più ottimistico, Dimon, parlando del vecchio continente, ha elogiato a titolo di esempio il lavoro del nuovo governo britannico, definendo “eccezionale” la ministra delle Finanze Rachel Reeves, e lodando i tentativi di stimolare l’innovazione e ridurre la burocrazia. Il Regno Unito, pur uscito indebolito dalla Brexit, sembra oggi uno dei pochi Paesi europei a tentare una strategia economica espansiva, ma sostenibile, capace di attrarre investimenti e talenti. Ma l’uscita di Dimon sulle politiche economiche sono apparse ai più come in gesto di garbo nei confronti del paese che in quel momento l’ospitava. Lo scenario tratteggiato da Dimon rimane di incertezza e pessimistico.
L’età dell’incertezza strutturale
La verità è che l’economia globale appare essere entrata in una fase che potremmo definire di incertezza strutturale: l’epoca delle certezze macroeconomiche è finita. La fiducia cieca nei mercati, nelle banche centrali e nella geopolitica come fattore di stabilità è messa in discussione da un mondo frammentato, multipolare e tecnologicamente immerso in una fase di accelerata transizione (vedi le tematiche relative all’Intelligenza Artificiale). In questo contesto, l’oro – il più antico degli asset – non a caso torna a essere il simbolo di una verità semplice: quando l’economia brilla troppo, qualcosa sta per spegnersi.
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