L’attacco al porto è anche una risposta ai recenti raid ucraini contro le infrastrutture petrolifere russe. Ma il confronto resta asimmetrico: Mosca può reggere nel lungo periodo

Il nodo centrale resta il Donbass. Zelensky e i suoi consiglieri ribadiscono che ogni concessione territoriale violerebbe il diritto internazionale e dovrebbe comunque passare da un referendum. I sondaggi confermano che la maggioranza degli ucraini rifiuta di cedere territori senza solide garanzie di sicurezza. Ma proporre un sistema di protezione simile all’Articolo 5 della Nato appare difficilmente accettabile per Mosca, che mira da sempre a isolare l’Ucraina dall’Europa. Sul fronte interno, Zelensky appare più fragile rispetto a pochi mesi fa. Gli scandali di corruzione e le pressioni politiche internazionali ne hanno indebolito la posizione, mentre da Washington arrivano segnali contraddittori. Il timore, negli ambienti diplomatici, è che Kiev possa essere spinta a un accordo sfavorevole pur di evitare il collasso.
L’attacco al porto di Odessa è anche una risposta ai recenti raid ucraini contro le infrastrutture petrolifere russe. Ma il confronto resta asimmetrico: Mosca può reggere nel lungo periodo, Kiev molto meno senza un sostegno militare costante. Lo spettro è quello di un ritorno a uno scenario simile al 2014, quando gli accordi di Minsk congelarono il conflitto senza risolverlo, fino all’esplosione della guerra totale nel 2022. Oggi, tra blackout, freddo e bombardamenti, l’Ucraina teme che il filo spinato tornato a Maidan non sia il segno di una tregua mancata, ma l’annuncio di un conflitto destinato a non finire.
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