Il discorso pronunciato a Davos dal primo ministro canadese Mark Carney segna un passaggio storico nelle relazioni internazionali. Con lucidità, profondità e rigore morale, Carney ha messo a nudo la crisi dell’ordine globale e la frattura ormai evidente tra Stati Uniti e resto dell’Alleanza atlantica. Un intervento che, per statura e visione, evidenzia l’abisso che separa la sua leadership da quella del presidente americano Donald Trump e che è destinato a lasciare un segno duraturo nella storia geopolitica dell’Occidente
di Guido Talarico
Ci sono discorsi che commentano il presente e altri che lo definiscono. Quello pronunciato da Mark Carney a Davos appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Non solo per la forza delle parole, ma per il momento in cui vengono pronunciate e per il destinatario implicito cui sono rivolte. Dietro l’apparente tono da lezione di geopolitica, il discorso del primo ministro canadese – già governatore della Banca centrale del Canada e della Bank of England – è un atto politico di rottura, un manifesto e insieme un atto d’accusa. Il suo vero interlocutore non era la platea del World Economic Forum, ma Washington. E, più precisamente, Donald Trump.
Carney ha parlato di “una rottura dell’ordine mondiale, non di una transizione”, mettendo fine a quella che ha definito “una piacevole finzione”: l’idea che l’ordine internazionale basato sulle regole fosse ancora operativo. «Siamo entrati in una dura realtà», ha detto, «in cui la grande potenza non riconosce limiti né vincoli». È difficile immaginare una descrizione più netta dell’attuale postura americana. Dazi usati come arma politica, infrastrutture finanziarie trasformate in strumenti di coercizione, alleanze trattate come rapporti transazionali: Carney ha dato un nome a ciò che molti governi europei continuano a evitare di dire apertamente.
La distanza con Donald Trump non è solo politica, ma culturale e persino antropologica. Da un lato Carney, che cita Tucidide e Václav Havel, che parla di “vivere nella verità” e di responsabilità delle potenze intermedie; dall’altro Trump, che riduce la politica internazionale a rapporti di forza, minacce commerciali e dichiarazioni estemporanee. Il contrasto tra preparazione, standing e garbo è abissale. Ed è proprio questo contrasto a rendere il discorso di Davos un momento spartiacque.
Il cuore dell’intervento è la metafora di Havel del “negoziante di verdura” che espone un cartello in cui non crede per evitare problemi. Per decenni, ha spiegato Carney, anche Paesi come il Canada hanno “messo il cartello in vetrina”, partecipando ai rituali di un ordine internazionale che sapevano imperfetto, ma funzionale. «Questo patto non funziona più», ha detto senza ambiguità. «Non siamo in una transizione, siamo in una rottura».
È in questo passaggio che Carney formula, senza retorica ma con crudezza strategica, una delle frasi destinate a restare: «se non sei a tavola, sei nel menu». Una battuta che non è folklore, ma una diagnosi geopolitica. Nel mondo della competizione tra grandi potenze, le nazioni che non siedono al tavolo delle decisioni non restano neutrali: vengono consumate. È il destino delle potenze intermedie che accettano la subordinazione in cambio di una sicurezza apparente.
Questa rottura si è consumata su più fronti: la guerra dei dazi, che ha messo gli Stati Uniti in rotta di collisione con alleati storici; la gestione della crisi ucraina, sempre più segnata da ambiguità e calcoli elettorali; Gaza, dove la distanza tra retorica americana e diritto internazionale è diventata insostenibile per molti partner occidentali; il caso del presidente venezuelano Nicolás Maduro, di fatto rapito in un’operazione che ha ignorato qualsiasi cornice multilaterale; fino alle ambizioni di Trump sulla Groenlandia, che hanno riportato in superficie un linguaggio imperiale che l’Occidente credeva archiviato.
Carney non ha mai nominato Trump, ma ogni frase era una linea di confine. Quando ha affermato che «gli egemoni non possono monetizzare all’infinito le loro relazioni», ha descritto il punto di rottura tra Washington e il resto della NATO. Quando ha spiegato che negoziare bilateralmente con un egemone significa negoziare dalla debolezza, ha chiarito perché le potenze intermedie devono smettere di competere tra loro per il favore americano e iniziare a costruire una terza via.
È qui che il discorso assume una portata storica. Carney non propone un antiamericanismo sterile, ma una nuova architettura di cooperazione tra potenze intermedie: Europa, Canada, partner indo-pacifici, coalizioni variabili fondate su valori e interessi condivisi. Non un multilateralismo ingenuo, ma un realismo consapevole.
Quando Carney ha detto «stiamo togliendo il cartello dalla vetrina», ha dichiarato la fine dell’autoinganno occidentale. Quel momento segna una frattura irreversibile nelle relazioni atlantiche: non la fine della NATO, ma la fine dell’illusione che l’alleanza possa sopravvivere senza reciprocità, senza rispetto, senza regole comuni. Gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, si collocano di fatto in contrapposizione con il resto dell’Alleanza, non per ideologia, ma per divergenza strutturale di visione.
Ecco perchè questo è un discorso resterà. Perché ha dato voce a ciò che molti governi pensano e pochi osano dire. Perché ha mostrato che esiste una leadership occidentale capace di profondità storica, rigore intellettuale e dignità politica. E perché, nel momento della massima confusione, Mark Carney ha fatto ciò che Havel chiedeva: ha smesso di vivere nella menzogna e ha chiamato le cose con il loro nome. Da Davos, l’Occidente non è più lo stesso.
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