Iran, il nuovo presidente è il riformista Pezeshkian: ha ottenuto il 53% dei voti

Si tratta del primo presidente riformista dal 2005,  ha sconfitto al secondo turno contro il falco ultraconservatore Saeed Jalili

Masoud Pezeshkian, un riformista di 69 anni, è diventato il nuovo presidente dell’Iran, il primo di questo orientamento dai tempi di Mohammad Khatami nel 2005. La sua vittoria è stata una sorpresa, ha ottenuto il 53% dei consensi nel secondo turno contro il falco ultraconservatore Saeed Jalili. Sebbene l’affluenza sia aumentata rispetto al primo turno, è rimasta comunque sotto il 50%, indicando un forte astensionismo tra la popolazione iraniana che chiede riforme democratiche e critica le elezioni con candidati selezionati dall’alto.

Pezeshkian è un medico originario di Mahabad, nel nord-ovest dell’Iran, con un background etnico misto, di padre azero e madre curda. È conosciuto per il suo impegno nelle province, dove ha prestato assistenza sanitaria agli emarginati. Sebbene non sia particolarmente carismatico, ha ottenuto visibilità grazie all’appoggio dei riformisti storici come Khatami, Karroubi e l’ex ministro degli esteri Zarif. Ha federato le anime moderate di entrambi i campi, riformisti e conservatori, e ha attirato anche i sostenitori del conservatore Qalibaf, preoccupati dall’estremismo di Jalili.

Pezeshkian ha una formazione in cardiochirurgia e ha diretto l’Università di Scienze Mediche di Tabriz. La sua vita personale è segnata dalla tragedia: nel 1994 ha perso la moglie e una figlia in un incidente d’auto, e ha cresciuto da solo gli altri figli. Durante il suo mandato come ministro della sanità sotto Khatami, è stato coinvolto nel caso di Zahra Kazemi, una fotografa torturata e morta in prigione, ma non è mai stato accusato di corruzione o malaffare, un fatto raro nel sistema iraniano.

Nonostante sia un riformista, Pezeshkian si muove nel solco della Repubblica Islamica, sostenendo alcune cause simbolo senza sconfessare l’establishment. Ad esempio dopo la morte di Mahsa Amini, ha criticato l’arresto per motivi legati all’hijab, ma ha anche ammonito i giovani a non insultare il leader supremo per evitare rabbia e odio duraturi. Ha reso omaggio pubblico ai Guardiani della Rivoluzione, indossandone l’uniforme in Parlamento.

Il suo slogan elettorale, “per l’Iran”, richiama la canzone “Baraye” di Shervin Hajipour, diventata l’inno del movimento di protesta. Ha riconosciuto la disaffezione della società, ammettendo che solo il 40% degli elettori ha votato. Promette tolleranza sui diritti civili e sociali, come l’allentamento dei controlli sull’obbligo di indossare il velo, e maggiore apertura nell’accesso a Internet.

Il suo team comprende liberali in economia e filo-occidentali, desiderosi di riammettere l’Iran nel sistema finanziario internazionale e di riavviare il dialogo con l’Occidente per ridurre le sanzioni. Tuttavia, non romperà i rapporti con Cina e Russia, ma tenterà di riequilibrare i pesi tra Oriente e Occidente. Dovrà affrontare un Parlamento dominato dagli oltranzisti e operare entro i limiti imposti dalla guida suprema Ali Khamenei e dai Pasdaran, i veri decisori della politica estera e di sicurezza del Paese.

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