Nel sesto giorno del conflitto tra Iran e Israele, Trump intensifica la pressione con minacce di ultimatum e possibili attacchi, mentre la Cina esorta alla de-escalation senza entrare direttamente nel conflitto

Secondo fonti della CNN, l’esercito americano sarebbe già pronto a mobilitarsi ulteriormente, con la USS Ford Carrier Strike Group pronta a raggiungere il Medio Oriente. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha confermato che i militari sono in attesa di ordini diretti da Trump.
Dialogo negato: il botta e risposta tra Washington e Teheran
Trump, nel corso di dichiarazioni improvvisate davanti alla Casa Bianca, ha lasciato intendere che l’Iran avrebbe richiesto un incontro diretto a Washington per avviare dei negoziati. Ma da Teheran è arrivata una smentita netta e dura. La missione iraniana presso le Nazioni Unite ha definito l’affermazione una “bugia spregevole” e ha rigettato qualsiasi ipotesi di dialogo sotto minaccia. Il governo iraniano ha ribadito che non accetterà condizioni imposte né la pace sotto coercizione, sottolineando che ogni provocazione sarà ricambiata con pari forza.
Khamenei resiste: “Mai una resa imposta”
Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica, è intervenuto pubblicamente per ribadire la determinazione dell’Iran a non piegarsi a pressioni esterne. In un discorso trasmesso dalla tv di Stato, ha denunciato come “inaccettabile” l’ultimatum di Trump, promettendo resistenza ad ogni forma di ingerenza militare o diplomatica imposta.
“La nazione iraniana non accetterà né guerra né pace imposte da potenze straniere”, ha dichiarato, aggiungendo che un eventuale intervento americano provocherebbe danni gravi e irreparabili.
Obiettivi strategici: attacchi mirati a siti nucleari e università
Nel frattempo, proseguono intensi gli scambi di fuoco tra le due nazioni. Israele ha colpito due impianti nucleari chiave in Iran: il sito Tesa a Karaj e il centro di ricerca di Teheran, entrambi precedentemente monitorati dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Le installazioni erano impegnate nella produzione e test di centrifughe avanzate.
Oltre ai siti strategici, un attacco ha colpito anche l’università Imam Hossein, considerata legata alla Guardia Rivoluzionaria. L’Iran, dal canto suo, ha dichiarato di aver abbattuto un jet israeliano F-35 e ha lanciato diversi droni e missili contro obiettivi israeliani. L’IDF ha confermato l’intercettazione di sette droni, prima che potessero penetrare nello spazio aereo dello Stato ebraico.
La guerra digitale: colpito il principale exchange crypto iraniano
Il conflitto si estende anche nel cyberspazio. Il gruppo di hacker filo-israeliano The Predatory Sparrow ha rivendicato un attacco al principale exchange di criptovalute iraniano, Nobitex. Dopo aver preso di mira la banca centrale iraniana, il gruppo ha minacciato la pubblicazione di documenti interni e accusato la piattaforma di finanziare il terrorismo e violare le sanzioni internazionali.
La posizione della Cina: diplomazia senza coinvolgimento militare
Mentre Washington e Teheran si confrontano a muso duro, la Cina cerca di inserirsi sul piano diplomatico. Xi Jinping ha espresso forte preoccupazione per l’escalation in Medio Oriente, condannando le azioni israeliane e auspicando un ritorno al dialogo.
Nonostante la retorica pacifista, Pechino mantiene una posizione distaccata. Pur intrattenendo relazioni economiche strette con Teheran – dalla cooperazione energetica agli esercizi militari congiunti – la Cina evita accuratamente il coinvolgimento diretto. Pechino preferisce giocare il ruolo del mediatore teorico, pur consapevole di non essere considerata parte neutrale, specialmente da Israele con cui i rapporti si sono raffreddati.
Interessi economici e prudenza strategica
La dipendenza energetica dalla regione del Golfo è uno dei principali fattori che spingono Pechino alla cautela. Un blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, ad esempio, metterebbe in seria difficoltà l’economia cinese, già alle prese con un rallentamento interno.
L’esperienza della Cina nella mediazione tra Iran e Arabia Saudita due anni fa è un precedente positivo, ma il conflitto attuale presenta complessità ben maggiori. Come spiegano analisti vicini al governo cinese, Pechino intende restare in Medio Oriente per fare affari, non per esercitare un ruolo di poliziotto. Il peso geopolitico, dunque, viene esercitato con parsimonia, nella speranza che l’escalation rientri prima che diventi ingestibile anche a livello globale.
(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati