
L’Ocse certifica un futuro in cui si andrà in pensione sempre più tardi. Ma dietro la fredda aritmetica demografica si nasconde una domanda politica e culturale che riguarda il destino stesso del lavoro in Italia
di Guido Talarico
C’è un dato che colpisce più degli altri nel nuovo Panorama delle Pensioni 2025 pubblicato dall’Ocse: l’Italia è tra i Paesi destinati a toccare quota 70 anni come età pensionabile nei prossimi decenni. Non è un’ipotesi radicale, né una provocazione accademica: è lo scenario realistico di un equilibrio demografico che da anni scricchiola e ora, nel rapporto, si mostra in tutta la sua nuda inevitabilità. Andremo in pensione più tardi, molto più tardi.
La traiettoria non riguarda solo l’Italia. La Danimarca, la Svezia, i Paesi Bassi, l’Estonia sono sullo stesso sentiero. Ma il caso italiano assume tinte più cupe perché la nostra fragilità demografica è più accentuata, e perché la narrazione pubblica continua a inseguire rassicurazioni di breve periodo, senza affrontare la questione nella sua dimensione più ambiziosa: che cosa significa lavorare fino a settant’anni in un Paese che non riesce a trattenere i giovani, che fatica a innovare e che registra tassi di produttività stagnanti?
L’Ocse parla chiaro: l’invecchiamento demografico viaggia a un ritmo sostenuto e travolgerà gli equilibri consolidati. Il rapporto demografico tra persone in età lavorativa e over 65 passerà da 33 a 52 entro il 2050. Nel 2000 era 22: in cinquant’anni, un raddoppio. Una spirale che non conosce precedenti nella storia contemporanea europea. In Paesi come Corea, Spagna, Grecia, Italia e Polonia si prevede un aumento di oltre 25 punti. E mentre gli anziani aumentano, la popolazione attiva (20-64 anni) dovrebbe diminuire del 30-35% in varie economie avanzate tra cui l’Italia, che si colloca fra i casi più estremi.
È un terremoto silenzioso: meno lavoratori, più pensionati, più spesa pubblica e minori entrate fiscali. Nel commentare i dati, il segretario generale dell’Ocse Mathias Cormann lo dice con una limpidezza che raramente accompagna questi rapporti: l’invecchiamento è una «sfida strutturale», non un ciclo passeggero. Nei prossimi 40 anni la popolazione in età lavorativa diminuirà del 13% nell’insieme dei Paesi Ocse e, di conseguenza, il Pil pro capite scenderà del 14% entro il 2060. Numeri da stagnazione profonda, da cambiamento d’epoca.
Di fronte a questo quadro, l’indicazione dell’Ocse sembra tanto razionale quanto insufficiente: «innalzare l’età pensionabile effettiva» e ampliare le opportunità di lavoro per i lavoratori più anziani. È una misura necessaria, certo. Senza di essa i conti non tornerebbero mai. Ma è anche una risposta che non può esaurire il dibattito, perché il problema vero non è solo l’età della pensione: è la qualità della vita lavorativa lungo l’intero arco dell’esistenza.
Come si può chiedere a un operaio metalmeccanico, a un infermiere, a un autista di autobus di arrivare a 70 anni nello stesso regime fisico e mentale di sostenibilità? Si può immaginare una società in cui i lavori ad alta usura professionale vengano trattati allo stesso modo dei lavori intellettuali o digitali? Evidentemente no. L’età pensionabile non può essere un dogma uniforme, e una riforma equa dovrà innestare criteri di diversificazione legati al tipo di mansione, alla retribuzione, alle condizioni di salute, alla continuità contributiva.
C’è poi un altro tema, spesso eluso: se si lavora più a lungo, bisogna anche poter lavorare più a lungo. Ma in Italia, oggi, un cinquantenne che perde il lavoro entra in un limbo quasi irreversibile. O si accetta di ricominciare da zero in posizioni marginali, oppure si resta intrappolati fra sussidi, precarietà e scoraggiamento. È in questo vuoto che l’innalzamento dell’età pensionabile rischia di diventare una misura regressiva: una promessa di lavoro più lunga in un mercato che già discrimina i lavoratori maturi.
L’Ocse suggerisce di “ampliare le opportunità di lavoro per i lavoratori più anziani”, ma questo significa ripensare radicalmente formazione continua, politiche attive, incentivi alle imprese, strumenti di flessibilità in uscita e in entrata. Significa immaginare un ecosistema che accompagni la seconda parte della vita lavorativa, invece di abbandonarla alle leggi della selezione naturale del mercato.
Ma c’è un nodo ancora più profondo: la questione generazionale. Chiedere agli anziani di restare più a lungo al lavoro, in un Paese con una forte disoccupazione giovanile, rischia di bloccare ulteriormente l’ascesa delle nuove generazioni. La retorica dello “scambio generazionale” è spesso usata per banalizzare questioni complesse, ma la tensione tra l’allungamento delle carriere e la necessità di valorizzare i giovani è reale e va governata, non ignorata.
Il punto, quindi, non è se l’età pensionabile debba salire: è come. E soprattutto: quale idea di società vogliamo accompagnare a questa trasformazione inevitabile. Se sarà un semplice aggiustamento contabile, produrrà conflitti, disuguaglianze e frustrazione. Se sarà parte di una visione più ampia – che protegge chi svolge lavori gravosi, che reinventa le traiettorie professionali, che favorisce l’inclusione degli over 55 e che investe davvero sulle nuove generazioni – allora potrà diventare un’occasione per ridisegnare il patto sociale del Paese.
L’età pensionabile che cresce non è una condanna, ma uno specchio. Riflette chi siamo diventati: un Paese che invecchia, che fa pochi figli, che fatica a innovare e ad attrarre energie nuove. Ma proprio perché è uno specchio, può diventare anche una soglia: il luogo da cui cominciare a immaginare politiche capaci di rendere il lavoro non solo più lungo, ma più vivibile, più dignitoso, più umano.
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