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Meeting Aepi sul “Made in Italy”. “Unire le eccellenze per avere l’eccellenza”, le imprese chiedono ascolto e semplificazione

Il messaggio che è emerso dall’evento di oggi è chiaro e al tempo stesso preoccupante: le imprese italiane chiedono un cambio di passo. Non slogan, ma riforme strutturali. Non dichiarazioni d’intenti, ma strumenti reali di competitività

 

Dietro il titolo “Unire le eccellenze per avere l’eccellenza”, il sesto Meeting del Made in Italy promosso dalla Confederazione Aepi (Associazioni Europee di Professionisti e Imprese) ha messo in scena molto più di una passerella istituzionale. L’incontro – tenutosi oggi 20 maggio a Palazzo Wedekind – ha assunto i tratti di un vero e proprio termometro politico-economico del Paese, fotografando con nitidezza le tensioni, le aspettative e le richieste che salgono dal mondo delle micro e piccole imprese italiane, in vista anche di Expo 2025 a Osaka.

La burocrazia come nodo strutturale

Il nodo centrale, emerso con forza in quasi tutti i panel, è quello della burocrazia come ostacolo sistemico alla competitività. Lo ha detto senza mezzi termini il presidente della Confederazione, Mino Dinoi: “Oggi le imprese non chiedono scorciatoie, ma condizioni di contesto favorevoli. La paralisi burocratica sta diventando il principale freno allo sviluppo”. Sulla stessa linea d’onda il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, intervenuto in videomessaggio: “Il vero problema – ha sottolineato- non sono i dazi di Trump, ma le pastoie della burocrazia europea. Il governo c’è, ma serve una svolta concreta anche da Bruxelles”. Parole che riflettono un tema  che va oltre il contingente: le micro e piccole imprese, che rappresentano il 92% del tessuto produttivo italiano, continuano a essere  marginalizzate nelle scelte strategiche del Paese. E lo dicono anche i numeri del sondaggio presentato al meeting, commissionato da Aepi a Lab21 del professor Roberto Baldassarri, dal quale emerge , ad esempio, che il 56,5% delle micro imprese ritiene di non essere adeguatamente rappresentato nelle scelte del governo.

Dazi e geopolitica: minaccia o leva?

Un altro argomento chiave al centro del dibattito, quello dei dazi statunitensi, annunciati ad aprile dal presidente eletto Donald Trump, poi rinviati di tre mesi. La misura ha fatto tremare i mercati e rimesso in discussione molti assetti commerciali consolidati. Per Dinoi la questione è duplice: “Da un lato, è chiaro che l’incertezza frena investimenti e produttività. Dall’altro, proprio questa fase potrebbe rappresentare un’occasione per rilanciare il Made in Italy verso nuovi mercati”. Una visione ottimista che però non convince tutti: Maria Elena Boschi (Italia Viva) ha avvertito che “gli effetti dei dazi si stanno già facendo sentire, soprattutto per un sistema produttivo come il nostro, fortemente esposto all’export”.

Innovazione e produttività: il vero divario interno

Al netto dei fattori esterni, ci si è concentrati poi sul  divario interno in termini di innovazione e produttività, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico. “Troppe imprese italiane sono ferme a un modello di fine Novecento”, ha denunciato Marco Travaglini, presidente di ProduttivItalia. “Serve una grande opera di trasferimento di conoscenze verso le micro realtà, perché la produttività è ormai un problema sociale, non solo economico”. Un richiamo che si salda con le priorità emerse dal mondo imprenditoriale: accesso più agevole al credito (38,7%), semplificazione amministrativa (27,8%), agevolazioni per le assunzioni (14,3%) e riduzione del carico fiscale (13,4%). Temi tutt’altro che nuovi, ma ancora senza risposte strutturali.

Con uno sguardo alla scadenza elettorale dell’8 e 9 giugno, il confronto  si è spostato poi anche sui referendum abrogativi in materia di lavoro, in particolare quelli che toccano il Jobs Act. Aepi ha preso posizione chiara: “Siamo per il No – ha affermato il presidente– perché il rischio è quello di una polarizzazione sterile tra imprese e lavoratori. Il Parlamento è il luogo naturale per le riforme, non la piazza referendaria”.

Il messaggio che è emerso dall’evento di oggi è chiaro e al tempo stesso preoccupante: le imprese italiane chiedono un cambio di passo. Non slogan, ma riforme strutturali. Non dichiarazioni d’intenti, ma strumenti reali di competitività, perchè in un mondo dove le crisi si moltiplicano e le filiere si accorciano, l’Italia non può permettersi di lasciare indietro il suo cuore produttivo. Unire le eccellenze non è dunque  solo un auspicio, ma un imperativo per chi voglia governare davvero l’economia reale.

 

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