Il primo via libera all’accordo di libero scambio UE–Mercosur segna una svolta geopolitica ed economica per l’Unione europea, divenuta inevitabile dopo la neo aggressività americana. Ma apre una frattura profonda tra Stati membri, governi e settori produttivi. L’Italia vota a favore e risulta decisiva per la maggioranza qualificata, mentre il mondo agricolo protesta. In gioco non c’è solo un trattato commerciale, ma il modello di sviluppo europeo dei prossimi decenni
di Guido Talarico
Una bella spinta – diciamolo – l’ha data Donald Trump con la sua aggressività sul fronte dei dazi anche nei confronti di alleati storici come gli europei. In questo nuovo scenario in cui Washington ha trascinato mezzo mondo era inevitabile che Europa ed Sud America tentassero nuove vie. Ed e’ così che si è arrivati ad un accordo storico. Vediamo come. La maggioranza dei Paesi dell’Unione europea ha dato il primo via libera alla firma dell’accordo di libero scambio UE–Mercosur, il blocco sudamericano che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Il semaforo verde è arrivato in sede Coreper, il comitato degli ambasciatori dei 27 Stati membri, riunito a Bruxelles.
Ma non è stato un passaggio indolore. Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda hanno votato contro, mentre il Belgio si è astenuto. Determinante è stato invece il voto favorevole dell’Italia, senza il quale non si sarebbe raggiunta la maggioranza qualificata. Un sì che pesa politicamente, perché consente di avviare un accordo destinato a creare la più grande area di libero scambio al mondo, con oltre 700 milioni di consumatori coinvolti tra le due sponde dell’Atlantico.
Italia decisiva, i meriti di Giorgia Meloni
Proprio il voto italiano ha aperto una certa dialettica interna alla maggioranza di Governo. La Lega ha ribadito la propria contrarietà all’intesa, rivendicando una posizione storica a tutela degli agricoltori e della qualità del Made in Italy. Una linea che promette di riaffiorare quando l’accordo arriverà al vaglio dei Parlamenti nazionali ed europeo, passaggio tutt’altro che scontato. Ma alla fine ha prevalso la linea della Premier Giorgia Meloni a cui fa dato il merito di una scelta non facile, neppure scontata ma giusta.
Dal punto di vista economico, l’accordo UE–Mercosur è di portata storica. Prevede la progressiva eliminazione dei dazi sul 91% degli scambi tra le due aree. Oggi i Paesi del Mercosur applicano tariffe elevate sulle merci europee: fino al 35% sulle auto, il 20% sui prodotti industriali, il 18% su quelli chimici e il 14% sui farmaceutici. La loro cancellazione aprirebbe nuove opportunità per l’export europeo, in particolare nei settori industriali a maggiore valore aggiunto. In cambio, il blocco sudamericano otterrebbe agevolazioni per le esportazioni agricole, soprattutto carne bovina, riso, zucchero e bioetanolo.
I prossimi passaggi sono già calendarizzati. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dovrebbe recarsi il 12 gennaio in Paraguay, che detiene la presidenza di turno del Mercosur, per firmare formalmente il trattato. Da lì si aprirà una fase politica complessa, fatta di ratifiche, resistenze e possibili correzioni.
L’industria europea ha accolto l’intesa con entusiasmo. Secondo le stime della Commissione, l’accordo permetterà alle imprese dell’Ue di risparmiare circa quattro miliardi di euro l’anno in dazi, semplificando al contempo le procedure doganali e garantendo l’accesso agli appalti pubblici del Mercosur in condizioni di parità. Confindustria parla di un passo storico per la competitività europea e per il rafforzamento della dimensione geoeconomica dell’Unione in una fase globale segnata da tensioni e protezionismi.
Il Mercosur per l’Italia vale circa 14 miliardi
Per l’Italia, i benefici potenziali sono significativi. Il Mercosur vale oggi circa 14 miliardi di euro di interscambio e rappresenta un mercato chiave per macchinari, automotive e chimico-farmaceutico. Secondo un’analisi commissionata dal ministero degli Esteri, entro il 2036 l’Italia potrebbe risultare il primo beneficiario dell’accordo tra i Paesi Ue, con una quota stimata di 3,5 miliardi di dollari di export aggiuntivo. Anche settori dell’agroalimentare come il vino guardano con favore all’intesa, che riconoscerà 344 indicazioni geografiche europee, contrastando imitazioni e pratiche ingannevoli.
Ma è proprio l’agricoltura il terreno più fragile dell’accordo. Gli agricoltori europei temono una concorrenza giudicata sleale da parte dei prodotti sudamericani, accusati di non rispettare gli stessi standard ambientali, sanitari e sociali imposti nell’Ue. Confagricoltura e Copagri parlano di un rischio di asimmetria strutturale, capace di mettere in crisi intere filiere.
Bruxelles ha provato a rispondere rafforzando le clausole di salvaguardia e abbassando la soglia per l’attivazione di inchieste sui prodotti agricoli sensibili dal 8% al 5%. Von der Leyen ha inoltre promesso maggiori risorse per la futura Politica agricola comune, una garanzia che ha contribuito a convincere Roma a votare sì. Le proteste, però, non si fermano. Dalla Francia all’Italia, i trattori tornano nelle piazze. A Milano, centinaia di mezzi agricoli hanno occupato piazza Duca d’Aosta. È il segnale più evidente di un accordo che, prima ancora di essere ratificato, ha già acceso un conflitto politico e sociale destinato a segnare il futuro dell’Europa. Ma la scelta rimane ed e’ la prova evidente di come senza arrivare a rotture plateali con gli americani, un tempo alleati imprenscindibili, quando ne hanno occasione gli europei si aprono a nuovi mercati. E’ la vecchia legge della domanda e dell’offerta che pure negli States conoscono bene.
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