In un’intervista al Financial Times, l’ammiraglio italiano solleva la possibilità di attacchi preventivi, sottolineando la necessità di superare la tradizionale postura difensiva dell’Alleanza

«Forse dovremmo essere più aggressivi del nostro avversario», ha dichiarato Cavo Dragone, sottolineando come l’approccio reattivo finora adottato potrebbe non essere più sufficiente a garantire la sicurezza degli alleati. «Stiamo esplorando la possibilità di agire in maniera più preventiva, piuttosto che attendere l’attacco per rispondere», ha aggiunto, aprendo così a un dibattito delicato sul concetto stesso di difesa all’interno della NATO.
Secondo il vertice militare dell’Alleanza, un attacco preventivo — nel contesto delle minacce ibride, come sabotaggi, cyberattacchi o operazioni sotto copertura — potrebbe essere considerato una forma di autodifesa, pur riconoscendo che una tale opzione implicherebbe una revisione profonda del quadro normativo e politico attuale.
«È una questione che solleva interrogativi legali, politici e operativi: chi sarebbe autorizzato ad agire, e in quali circostanze?», si è chiesto l’ammiraglio italiano, sottolineando che l’Occidente si trova spesso in svantaggio rispetto a un avversario meno vincolato da norme giuridiche e standard etici. «Non dico che siamo in una posizione di debolezza, ma sicuramente più complessa rispetto a quella del nostro avversario», ha aggiunto.
La riflessione si inserisce in un contesto di crescente tensione, alimentata da numerosi episodi di sabotaggio, interferenze informatiche e atti ostili in ambito energetico e infrastrutturale, imputati a Mosca. In questo quadro, la NATO ha lanciato operazioni di vigilanza strategica, come Baltic Sentry, una missione nel Mar Baltico mirata a contrastare attacchi contro infrastrutture sottomarine.
«Da quando è attiva l’operazione Baltic Sentry, non si sono verificati nuovi episodi di sabotaggio. È la prova che la deterrenza funziona», ha detto Cavo Dragone. Tuttavia, l’ammiraglio riconosce che per mantenere e rafforzare quella deterrenza, l’Alleanza deve interrogarsi su come reagire a minacce ibride difficilmente tracciabili, che sfuggono alle dinamiche tradizionali di guerra convenzionale.
Le dichiarazioni di Cavo Dragone rispecchiano le richieste di alcuni Paesi dell’Europa orientale, che da tempo sollecitano un cambio di passo strategico della NATO. Il timore condiviso è che limitarsi a rispondere alle provocazioni possa non bastare più in un contesto di crescente aggressività russa sul piano non convenzionale.
«Dobbiamo chiederci se la deterrenza si ottiene reagendo o prevenendo. È il momento di analizzare a fondo le nostre opzioni», ha concluso il capo militare dell’Alleanza.
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