Nell’era del caos, planetariamente imposta dagli istinti vanesi e autocratici di Donald Trump, perfino lo storico successo diplomatico della tregua nella Striscia di Gaza lascia spazio a una marea di dubbi. Al di là del sollievo per lo stop al massacro resisterà il “cessate il fuoco” minato alle radici dalle gigantesche e reciproche pulsioni di odio che fomentano il rischio di nuovi scontri sia in Israele che in Palestina? Si può ragionevolmente disegnare una prospettiva di pace reale se non è ancora nemmeno in divenire la legittimazione di uno Stato palestinese? Saprà frenare il governo di Gerusalemme, aizzato dalle correnti messianiche, l’impulso a “terminare il lavoro” di sterminio alla minima inadempienza del nemico palestinese? E, analogamente, è credibile che l’organizzazione terroristica di Hamas (pur indebolita ma ancora impegnata in feroci regolamenti di conti con i nemici interni) rinunci facilmente al suo dominio nella Striscia e consegni le armi residue in suo possesso che dopo la liberazione degli ostaggi sono l’unica garanzia di sopravvivenza?
Il Medio Oriente, che Trump annuncia sbrigativamente di aver pacificato con la forza sovvertendo ben 3 mila anni di storia, resta flagellato dai sismi delle incertezze. E’ probabile che lo spregiudicato tycoon, a cui nel perseguimento di una problematica tregua vanno riconosciute almeno le doti di cinico pragmatismo, debba intervenire di nuovo (aggiungendo altri punti al suo programma) in un’area martoriata che non avrà pace fino allo sbocco dell’orizzonte quasi centenario dei “due popoli e due Stati”. Forse usando di nuovo la forza militare, dando via libera a una nuova offensiva dell’esercito israeliano come sta già minacciando. Ma con quali prospettive? Si può annientare un territorio non un ideale di resistenza.
Su Gaza Trump potrà intrecciare affari con i sodali sceicchi del Golfo ma non potrà cancellare l’aspirazione di un popolo alla sovranità. Potrà compiacersi sbeffeggiando il diritto internazionale di aver fornito all’esercito israeliano una gran quantità di armi, “usate bene”, nel genocidio o sterminio (comunque si voglia etichettarlo) della popolazione civile ma non potrà continuare a trascurare la legittimità di un’indipendenza riconosciuta da circa 160 paesi, oltre che sterilmente autorizzata dall’Onu. E potrà infine continuare ad ammiccare al vassallo Benjamin Netanyahu, per il quale raccomanda al presidente israeliano Isaac Herzog la grazia sulle accuse di corruzione, ma qualcuno del suo adorante entourage dovrebbe trovare il coraggio di spiegargli che attenterà lui stesso alla sicurezza di Israele relegando a tempo indeterminato cinque milioni di palestinesi (fra Gaza e Cisgiordania) in un ghetto incubatore di ulteriore odio. Se non aiuta la Palestina a rimettersi in piedi non assicurerà la pace a Israele, ancor oggi straziato dall’orrenda strage del 7 ottobre e psicologicamente tormentato dalle minacce di nuovi pericoli.
Tutto il mondo è costretto a cavalcare sulle tavole da surf le onde prodotte dalle improvvisazioni quotidiane e vendicative del presidente americano che nel secondo mandato è già andato ben oltre le previsioni che paventavano ripetuti attentati alla democrazia. Un moto ondivago che cancella già domani ciò che è stato decretato solo oggi. Dai dazi a singhiozzo ai capovolgimenti inaspettati di alleanze. Dalle improvvise scomuniche alle sconcertanti aperture ai dittatori. Dagli elogi a volte ruffianamente rivolti ai leader mondiali a lui più distanti alle epurazioni verso chi non gli manifesta una totale e incondizionata fedeltà. Governando con l’affilatissima arma di saper seminare paura che, contando sulla compiacenza di una Corte Suprema di spiccato orientamento repubblicano, all’interno ha già messo in riga i plutocrati della tecnocrazia, limitato l’influenza dei media, messo il bavaglio alle università, quasi ammutolito i democratici. E all’esterno, con le sue imprevedibili strambate, ha terremotato l’economia di tutti e cinque i continenti.
Sul piano internazionale solo Vladimir Putin è riuscito finora a metterlo nel sacco. Facendosi riammettere nel ristretto club dei Grandi della Terra nel grottesco vertice di Anchorage. Per poi infischiarsi delle esortazioni alla pace con l’Ucraina in barba a un’amicizia verso gli Usa opportunisticamente se non ipocritamente ostentata. Lo stesso Trump, contraddicendo il principale dei suoi precetti cardinali che prescrive di non ammettere mai una sconfitta, è stato costretto a riconoscere di essersi ingannato. Dichiarando che aveva sottovalutato le difficoltà di far terminare la guerra in un solo giorno, con un semplice battito di ciglia. Davanti a Putin appare disorientato. Per una sorta di legge del contrappasso si mostra quasi in stato confusionale anche con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Prima lo strapazza a Washington, poi lo riabilita in Vaticano ai funerali di papa Francesco. Prima gli nega gli armamenti di difesa, poi piccato per l’impotenza ventila la possibilità di consegnargli i micidiali missili Tomahawk con il rischio di scatenare una terza guerra mondiale che con l’impiego eventuale degli arsenali nucleari significherebbe la fine dell’umanità. Ma appena riaggancia con una chilometrica telefonata Putin (probabilmente in allarme per i Tomahawk) organizzando un nuovo summit a Budapest, a casa dell’amico comune Viktor Orban, si rimangia la parola. Negli Usa l’opposizione lo prende in giro perché torna spesso indietro. Vedremo adesso che strategia imposterà in Ungheria. Ma già si sa che tratterà in modo sbilanciato solo con Putin con l’esclusione dell’Ucraina relegata dietro le quinte come la Palestina. Con il proposito di imporre di autorità una nuova pace imperiale come per Gaza. Inseguendo quel premio Nobel per la pace che è diventato un’autentica ossessione.
Forse l’unico modo di piegare a una vera trattativa di pace lo zar del Cremlino, che in cuor suo non ha ancora rinunciato all’annessione dell’intera Ucraina, sarebbe quello di metterlo in ginocchio abbassando drasticamente il prezzo del petrolio su cui poggia la sua economia di guerra. Di usare il bastone dopo la carota, come Trump ha fatto con lo stesso complice Netanyahu quando si è reso conto che, bombardando il Qatar che mediava per la pace coi palestinesi, il leader israeliano aveva superato una linea rossa invalicabile per chi mette al primo posto gli affari (faraonici i piani comuni di interessi con il ricchissimo Emirato che ospita fra l’altro la più grande base militare americana in Medio Oriente).
Ma non sarà un’impresa facile fino a che a soccorrere le ansimanti finanze della Russia continuerà a intervenire la Cina, legata a Mosca almeno nei proclami ufficiali da “amicizia incrollabile”.
Lo stesso Trump non si azzarda a entrare in aperta rotta di collisione con Pechino che, forte delle sue terre rare e di uno straordinario dinamismo nella tecnologia, si ripromette in un decennio di scalzare gli Stati Uniti dal trono della supremazia mondiale. Anche nei confronti del leader cinese Xi Jinping il tycoon fa l’ondivago. Lo inonda a tratti di complimenti, dichiarandosi suo amico, per poi repentinamente scagliarglisi contro minacciando dazi stratosferici. La realtà è che Trump con la Cina non può permettersi di fare il gradasso. Al cospetto di un’altra grandissima potenza è obbligato a una condotta diplomatica che non gli è consona. Ma c’è un’altra più sottile ragione che lo induce a un’inconsueta esitazione verso Pechino. Il fascino che esercita sulla sua personalità prepotente la forza dell’autocrazia che nell’arte del governo va per le spicce e non si lascia imbrigliare dagli argini della democrazia.
Nel nuovo (dis)ordine mondiale, anche quando le guerre saranno veramente finite, l’Europa corre il rischio di venire ridimensionata a vaso di coccio fra i vasi di ferro. Baluardo sì di una democrazia che ha conosciuto tempi migliori (ma che con la suggestione irresistibile degli ideali di libertà alla prossima svolta della storia potrebbe tornare prepotentemente in auge). Ma spinta un po’ ai margini dalle sfide globali fra le superpotenze. Ed essendo in ritardo nella corsa sfrenata al dominio nel campo dell’intelligenza artificiale, colonizzata se non messa a cuccia dalla tenaglia saldata fra le autocrazie trionfanti e i templi speculativi dell’alta tecnologia.
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