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Trump, il “Donald d’Arabia” e la diplomazia del caos calcolato

Washington e Riyad hanno firmato accordi per oltre 600 miliardi di dollari. In sala, ad applaudire, c’erano non solo sceicchi e ministri sauditi, ma anche Elon Musk, Mark Zuckerberg, Sam Altman, Larry Fink. l’incontro con Jolani, l’apertura all’Iran, e l’avvertimento a Israele.

C’è un’immagine che vale più di mille analisi: Donald Trump e Mohammed bin Salman, fianco a fianco all’aeroporto di Riyad, circondati da ori, spade cerimoniali e strette di mano interessate. “Questo principe mi piace”, ha dichiarato il presidente americano con la consueta disinvoltura. Ma dietro le pacche sulle spalle e i sorrisi si cela un’agenda che mescola realpolitik, affari miliardari e un’inedita visione geopolitica del Medio Oriente.

Nel suo primo viaggio internazionale del secondo mandato, Trump ha scelto il Golfo come palcoscenico per riaffermare il proprio stile: muscolare, imprevedibile, ma anche capace di sbloccare situazioni congelate da anni. Lo dimostrano tre fatti: l’incontro con al-Jolani, ex capo degli insorti siriani oggi presidente, la revoca delle sanzioni a Damasco, e il tentativo, ancora tutto da verificare, di imprimere una svolta sul conflitto a Gaza.

Ma il prezzo della pace, secondo Trump, passa dai contratti. E così, tra una conferenza e un pranzo di Stato, Washington e Riyad hanno firmato accordi per oltre 600 miliardi di dollari, di cui ben 142 destinati al comparto militare. In sala, ad applaudire, c’erano non solo sceicchi e ministri sauditi, ma anche Elon Musk, Mark Zuckerberg, Sam Altman, Larry Fink. Il capitalismo globale, quello che Trump ha spesso fustigato a parole, oggi è al suo fianco, pronto a cogliere le opportunità offerte dalla sua diplomazia dell’intesa immediata.

C’è però un filo rosso che lega tutti i dossier affrontati: Trump vuole riscrivere le regole del Medio Oriente bypassando le burocrazie internazionali. Lo fa cancellando le sanzioni alla Siria e riabilitando al-Jolani, nemico numero uno fino a pochi anni fa, coinvolto anche in un colloquio online con il presidente turco Erdogan e il principe Bin Salman, un vertice informale ma denso di implicazioni,  impensabile fino a pochi mesi fa, ma che apre scenari nuovi, in cui la diplomazia si fa diretta, informale e “presidenziale”.

Lo fa offrendo una “nuova via” all’Iran, ma minacciando al tempo stesso un blocco totale delle esportazioni petrolifere. E lo fa persino parlando di un “futuro migliore per Gaza”, mentre a Gerusalemme l’esercito israeliano si prepara a un’offensiva totale. A Netanyahu, ormai isolato, è destinato un messaggio freddo ma chiaro: se vuoi mantenere il nostro sostegno, devi ascoltarci.

Trump, insomma, non è cambiato. È lo stesso uomo che ama spiazzare, improvvisare, ribaltare tavoli. Ma oggi lo fa con una rete di contatti più solida, un sistema globale che lo asseconda e un’agenda internazionale molto più pragmatica. Parla di pace, ma firma intese sulle armi. Parla di stabilità, ma riabilita figure controverse. Eppure, paradossalmente, è proprio questa sua capacità di muoversi tra le contraddizioni a renderlo efficace. Dove altri leader esitano, Trump agisce. Dove il multilateralismo si inceppa, lui chiude accordi diretti.

Nel suo discorso al Saudi-US Forum, ha detto: “Una nuova generazione di leader sta superando gli antichi conflitti”. Ma forse, la verità è un’altra: è lui stesso a incarnare quella nuova generazione post-ideologica, che tratta la geopolitica come un business, la diplomazia come un affare, e la storia come un copione da riscrivere a piacimento.

E il Medio Oriente, ancora una volta, è il teatro dove tutto questo si consuma.

Dopo Riad, Trump proseguirà il suo tour in Qatar, dove è atteso per una cena di Stato e forse per presentare la sua proposta per il cessate il fuoco a Gaza. Quindi si sposterà negli Emirati Arabi Uniti, dove la famiglia Trump ha interessi diretti nel settore immobiliare e alberghiero. Infine, parteciperà alla riunione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che riunisce Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Una cornice ideale per rafforzare il suo ruolo di mediatore (e investitore) globale.

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