Ci sono momenti in cui la storia non avanza: deraglia. E il compito del giornalismo – quel giornalismo che il potere vorrebbe ridotto a megafono – è riconoscere quei deragliamenti, nominarli, denunciarli. Oggi negli Stati Uniti sta accadendo qualcosa che va molto oltre l’ennesimo strappo comunicativo di Donald Trump, oltre l’ennesima provocazione.Qualcosa che dovrebbe indurce a interrogarci sulla pericolosa deriva che sta imboccando la democrazia americana.
La Casa Bianca ha inaugurato sul proprio sito istituzionale una sezione dedicata alla denuncia settimanale delle “testate e dei giornalisti colpevoli di disinformazione”. Non un’analisi critica del sistema mediatico, non un fact-checking governativo – già discutibile. No: una lista nera ufficiale. Una vetrina digitale della gogna, aggiornata ogni settimana con nomi, cognomi, fotografie, loghi, accuse e contro-narrazioni fornite direttamente dall’esecutivo. Una liturgia della delegittimazione. Un tribunale politico senza contraddittorio. Una Hall of Shame istituzionalizzata, che mira a mettere il bavaglio al diritto di critica.
Lo schema è elementare, e per questo pericoloso: il giornalista critica il presidente; il presidente accusa il giornalista di disinformazione; la Casa Bianca “certifica” l’accusa, la illustra, la diffonde, la amplifica.Il dissenso diventa in questo modo prova d’accusa. La domanda scomoda diventa “fraintendimento intenzionale”. La verifica delle fonti diventa “attacco al comandante in capo”. Nancy Cordes, capo corrispondente di Cbs a Washibgton, è stata definita un caso esemplare di malafede professionale. Per aver fatto il proprio lavoro. Per aver chiesto conto di un episodio che riguardava la sicurezza nazionale e oggi il suo nome compare in un elenco governativo che marchia presunti colpevoli. L’America ha già visto tempi durissimi di conflitto politico. Ma mai, nella storia, la Casa Bianca aveva trasformato il proprio sito ufficiale in un
La pagina “Media Bias/Media Offenders” non è un’appendice. È un atto politico. È un nuovo livello di verticalizzazione del potere comunicativo, che salta ogni mediazione, riduce il pluralismo a rumore e centralizza la verità nella sola volontà del presidente. Il modello è quello di ogni regime che, prima di colpire la libertà, colpisce le parole. Prima isola la stampa. Poi la sbeffeggia. Quindi la minaccia.
Infine la punisce. Il linciaggio verbale dei senatori democratici, definiti “sediziosi”, con rilanci di post che invocavano l’impiccagione e la pena di morte, fa parte dello stesso disegno: creare un clima in cui la violenza politica non è un incidente, ma un’opzione immaginabile. Quando i media hanno riportato quei toni incendiari, la Casa Bianca non ha smentito. Ha accusato le testate di mentire. E ora le espone in una bacheca pubblica, come se fossero traditrici dell’interesse nazionale.
Ci sono misure che non appartengono alla fisiologia della democrazia. Non sono errori. Non sono eccessi. Sono segnali. Un governo che compila liste di giornalisti “colpevoli” su un sito istituzionale non sta difendendo la verità: sta costruendo un nemico interno. Sta preparando l’opinione pubblica a considerare la stampa non più come un contrappeso, ma come un avversario politico. Sta dicendo agli americani che il pluralismo è una minaccia e che l’unica informazione affidabile è quella prodotta da chi comanda. È un salto di qualità che va nominato per ciò che è. Un atto illiberale. Un gesto autoritario.Un precedente inquietante.
Il linguaggio conta. Conta quando un presidente definisce “traditori” dei senatori eletti. Conta quando rilancia post che evocano esecuzioni. Conta quando trasforma un sito governativo in un altare del risentimento. Conta perché ogni deriva inizia così: con l’idea che chi dissente è un nemico. La storia del Novecento è un manuale doloroso, ma chiarissimo, su dove portano questi metodi. Se oggi accettiamo che un presidente identifichi, schedi, ridicolizzi e persegua simbolicamente i giornalisti, domani accetteremo che qualcuno faccia un passo in più.
Il giornalismo democratico non è incolore, non è infallibile, non è neutrale. Ma è essenziale. E davanti a una Casa Bianca che vuole trasformare la libertà di stampa in colpa, non può limitarsi a registrare i fatti. Deve analizzarli, denunciarli, contestualizzarli. Perché se questo non è fascismo, allora è comunque qualcosa che ci cammina molto vicino. E ha già varcato la soglia delle istituzioni
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