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Chi è Kevin Warsh, il nuovo volto della Fed tra rigore sui tassi e svolta trumpiana

Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve dal 2026: da “quasi falco” a nome scelto da Trump. Ecco il suo profilo e le posizioni sui tassi

warshNegli ambienti finanziari statunitensi Kevin Warsh è stato a lungo descritto come un esponente di linea rigorosa in materia di politica monetaria. L’etichetta di “relativamente falco” gli è rimasta addosso per anni, complice una visione tradizionalmente prudente sui tagli dei tassi d’interesse e una forte attenzione al rischio inflazionistico. Una reputazione che, tuttavia, ha iniziato a incrinarsi nell’ultimo periodo.

Il cambio di rotta durante lo scontro Trump-Powell

La svolta è arrivata nell’estate scorsa, nel pieno del confronto pubblico tra Donald Trump e Jerome Powell sull’orientamento della Federal Reserve. In quella fase, Warsh – già ascoltato consigliere della Casa Bianca – ha sorpreso molti osservatori criticando apertamente l’atteggiamento attendista della Fed. In un’intervista televisiva, ha sostenuto che l’istituto centrale avrebbe dovuto muoversi con maggiore decisione nel ridurre i tassi, sposando di fatto la linea del presidente.

La scelta di Trump per la guida della Fed

Quella presa di posizione ha segnato un punto di svolta nei rapporti con Trump. Alla fine, il presidente ha indicato proprio Warsh come nuovo numero uno della Federal Reserve, con decorrenza da maggio 2026, alla scadenza del mandato di Powell. Nato nel 1970, con un dottorato ad Harvard e un profilo repubblicano moderato, Warsh viene percepito come una figura istituzionale solida, lontana dagli eccessi ideologici ma capace di dialogare con l’amministrazione.

Le critiche alla gestione della banca centrale

Nel frattempo, Warsh non ha nascosto il proprio giudizio severo sull’operato della Fed. In un intervento pubblicato sul Wall Street Journal in autunno, ha definito “difettosa” la conduzione della politica monetaria, allineandosi alle tesi della Casa Bianca. Secondo l’economista, le politiche di Trump favorirebbero la crescita, mentre lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e l’aumento della produttività contribuirebbero a contenere l’inflazione.

Le radici del suo rigore monetario

Per comprendere l’immagine di “quasi falco” che ha accompagnato Warsh per anni occorre tornare al suo periodo nel board della Fed, tra il 2006 e il 2011, quando fu nominato da George W. Bush. In quel mandato esplose la crisi dei mutui subprime, culminata con il fallimento di Lehman Brothers. Mentre il timore della recessione spingeva molti verso politiche espansive, Warsh continuava a considerare l’inflazione il principale pericolo, opponendo resistenza ai tagli dei tassi.

Una critica costante al quantitative easing

Anche dopo il crollo dei tassi a zero e l’avvio del quantitative easing, Warsh ha mantenuto una posizione fortemente critica. Ha contestato l’espansione del bilancio della Fed, arrivato a circa 10mila miliardi di dollari, e ha sostenuto con decisione il successivo quantitative tightening. Negli ultimi anni ha più volte sollecitato un’accelerazione nella riduzione del portafoglio, oggi sceso a circa 6,6 trilioni di dollari.

Inflation first, non America first

La sua traiettoria alimenta interrogativi sul futuro orientamento della Fed. Nonostante l’avvicinamento a Trump, Warsh resta un convinto sostenitore della priorità alla stabilità dei prezzi. Una linea che ha portato alcuni osservatori a dubitare della sua compatibilità con le aspettative presidenziali. Come ha osservato l’economista Anna Wong, se l’obiettivo era trovare un alleato indulgente sull’inflazione, la scelta potrebbe rivelarsi meno scontata del previsto.

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