l’Italia viene criticata per alcune scelte politiche considerate controproducenti. Tra queste, il rinvio della chiusura delle centrali a carbone dal 2025 al 2029 e un ritmo troppo lento nello sviluppo delle energie rinnovabili
Le politiche italiane per contrastare la crisi climatica vengono giudicate “fortemente inadeguate” e “poco ambiziose” secondo il rapporto annuale stilato da Germanwatch, Climate Action Network e New Climate Institute. Il documento è stato presentato alla COP29, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si sta svolgendo a Baku, in Azerbaigian. La posizione dell’Italia nella classifica globale delle performance climatiche non è lusinghiera: il Paese si trova al 43° posto, un leggero miglioramento rispetto al 2023 (44°), ma un deciso arretramento rispetto al 2022. In ambito europeo, il confronto è ancora più duro: tra i 27 Stati membri dell’UE, l’Italia si colloca al 20° posto, evidenziando un ritardo significativo rispetto ad altre nazioni.
Cosa misura l’indice di performance climatica
L’indice valuta le performance climatiche di 63 Paesi (più l’Unione europea nel complesso), che insieme producono oltre il 90% delle emissioni globali di gas serra. I criteri di valutazione si basano su quattro indicatori principali: l’andamento delle emissioni di gas serra (40% del punteggio complessivo), lo sviluppo delle energie rinnovabili (20%), l’efficienza energetica (20%) e le politiche climatiche (20%). Anche quest’anno, le prime tre posizioni della classifica sono rimaste vuote, segno che nessun Paese, secondo gli esperti, sta adottando misure sufficienti per affrontare la crisi climatica.
I leader e i retrocessi nella classifica
La Danimarca si conferma al vertice, piazzandosi al quarto posto, seguita dai Paesi Bassi e dal Regno Unito. Quest’ultimo ha compiuto un balzo significativo, salendo dal 20° al 6° posto grazie a iniziative come la chiusura delle centrali a carbone e gli investimenti nell’eolico offshore e nel trasporto pubblico. Tra le retrocessioni più marcate si distingue l’Argentina, accusata di negare l’esistenza del cambiamento climatico e di rimuovere ogni riferimento alla crisi climatica dai documenti ufficiali dello Stato. Nella parte bassa della classifica figurano anche Cina e Stati Uniti, rispettivamente al 55° e 57° posto, mentre gli ultimi tre posti sono occupati dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Arabia Saudita e dall’Iran, principali esportatori di combustibili fossili.
La posizione dell’Italia
Con la 43ª posizione, l’Italia viene criticata per alcune scelte politiche considerate controproducenti. Tra queste, il rinvio della chiusura delle centrali a carbone dal 2025 al 2029 e un ritmo troppo lento nello sviluppo delle energie rinnovabili. Inoltre, il rapporto evidenzia l’assenza di un piano per eliminare i sussidi ai combustibili fossili, che, secondo il Fondo Monetario Internazionale, ammonterebbero a 63 miliardi di dollari.
A livello europeo, l’Italia si colloca al di sotto di molti Paesi, tra cui Danimarca, Paesi Bassi, Svezia, Germania, Spagna e Grecia. Tuttavia, supera sei Stati membri: Cipro, Ungheria, Slovacchia, Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria.
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