
L’amministrazione Trump inaugura una sezione del sito ufficiale della Casa Bianca dedicata alla denuncia settimanale di testate e giornalisti accusati di diffondere notizie false o faziose. Nomi, articoli e presunte colpe vengono elencati con tanto di grafiche provocatorie e slogan aggressivi. Un nuovo livello di scontro con la stampa, ora istituzionalizzato
di Ennio Bassi
I tempi in cui Donald Trump si limitava a insultare i media su Truth Social sembrano superati. Ora, la sua crociata contro le cosiddette fake news prende forma istituzionale, approdando direttamente sul sito ufficiale della Casa Bianca. Con il lancio della pagina “Media Bias/Media Offenders” su whitehouse.gov, l’amministrazione ha trasformato il portale del governo federale in una vera e propria bacheca pubblica di colpevolezza mediatica, dove vengono esposti giornalisti e testate ritenuti “colpevoli” di disinformazione.
La sezione funziona come una lista nera interattiva: ogni settimana, vengono messi alla gogna tre “media offenders of the week”, completi di loghi, titoli incriminati, nomi dei cronisti e schede divise in sezioni: The Offense (l’accusa), The Truth (la versione della Casa Bianca), e Key Points (gli argomenti a supporto della replica ufficiale). Il tutto corredato da slogan come “Misleading. Biased. Exposed” (“Falsi. Faziosi. Smascherati”) e da inviti a “scorrere per la verità” e condividere l’indignazione sui social.
Tra i primi presi di mira compaiono CBS News, Boston Globe e The Independent. Il caso scatenante è stato un video virale in cui alcuni senatori democratici, tra cui Mark Kelly ed Elissa Slotkin, invitavano le forze armate a ricordare il giuramento alla Costituzione e a rifiutare eventuali ordini illegali. Un messaggio pensato per rassicurare l’ambiente militare in un momento di forti tensioni politiche.
La reazione di Trump, però, ha superato ogni aspettativa: su Truth Social ha definito quei senatori “sediziosi”, ha rilanciato post in cui si invocava la pena di morte o l’impiccagione, e ha parlato di “traditori” che attentano alla sicurezza nazionale. Quando i media hanno riportato la vicenda sottolineando il linguaggio incendiario del presidente, la Casa Bianca ha accusato le testate di aver falsamente suggerito che Trump stesse invocando esecuzioni, e ha reinterpretato il tutto come una legittima critica politica ai democratici.
Il bersaglio non è solo la testata, ma anche il giornalista. Nancy Cordes, capo corrispondente dalla Casa Bianca per CBS, è menzionata esplicitamente nella scheda come esempio di “fraintendimento intenzionale”. Era già finita nel mirino durante il weekend del Ringraziamento, quando aveva chiesto al presidente conto delle falle nella sicurezza che avevano portato al ferimento di due membri della Guardia Nazionale a Washington, in un contesto aggravato dai precedenti di radicalizzazione del sospettato. Trump l’aveva definita “una persona stupida” in diretta TV. Pochi giorni dopo, il suo nome è apparso nella Hall of Shame.
Il risultato è un inedito strumento di propaganda governativa, che istituzionalizza lo scontro con la stampa e lo trasforma in prassi ufficiale. Una mossa che ridefinisce i confini del rapporto tra potere politico e media, con implicazioni profonde per la libertà di informazione negli Stati Uniti.
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