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Ucraina: a Davos primi spiragli di pace, ma sul Donbass il rischio resta altissimo

Gli Stati Uniti offrono garanzie di sicurezza e un piano di ricostruzione da 800 miliardi. Ma l’ipotesi di cedere parte del Donbass alla Russia potrebbe compromettere l’integrità territoriale di Kiev

Una pace formale si delinea all’orizzonte, ma il conflitto resta aperto. A Davos, sotto i riflettori del World Economic Forum, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in un faccia a faccia che segna un potenziale punto di svolta nella guerra tra Russia e Ucraina. Un’ora di colloquio riservato, toni distesi e nessuna rottura. «Le nostre squadre lavorano ogni giorno. I documenti sono quasi pronti. È l’ultimo miglio, sempre il più difficile, ma oggi è stata una giornata positiva», ha detto Zelensky lasciando intendere che il processo di pace è entrato nella fase decisiva.

Dietro le parole misurate, però, si nasconde un accordo tutt’altro che semplice. Secondo fonti diplomatiche europee, i negoziatori si stanno muovendo su quattro testi: un documento quadro e tre allegati, tra cui uno che potrebbe rappresentare un passaggio estremamente critico per Kiev.

Al centro della contesa c’è la proposta di riconoscere alla Russia il controllo della parte ancora libera del Donbass — in particolare del Donetsk — come gesto unilaterale da parte ucraina. Non si tratterebbe, almeno formalmente, di una cessione de iure: la sovranità non verrebbe trasferita, lasciando aperta una possibile revisione futura. Ma il significato politico e strategico è evidente.

Secondo il premier croato Andrej Plenković, coinvolto nei colloqui multilaterali, “è fondamentale che il territorio non venga giuridicamente ceduto, perché dobbiamo lasciare spazio e tempo per rinegoziare quando le condizioni geopolitiche cambieranno”. Per Zelensky, tuttavia, si tratta di un passaggio potenzialmente devastante. La perdita delle fortificazioni nel Donetsk esporrebbe il fronte interno ucraino a una nuova avanzata russa, con la possibilità concreta di un’offensiva verso Dnipro e Odessa. Il rischio non è solo militare, ma anche economico: senza accesso diretto al Mar Nero, l’Ucraina perderebbe gran parte della sua capacità di esportazione e autonomia strategica.

Per compensare una simile concessione, l’amministrazione Trump ha messo sul tavolo due offerte. La prima è un piano di ricostruzione da 800 miliardi di dollari, coordinato da BlackRock sotto la guida di Larry Fink. Il progetto, finanziato da fondi pubblici e privati, avrebbe l’obiettivo di rilanciare l’economia ucraina post-bellica. La seconda offerta è un pacchetto di garanzie di sicurezza, con la possibilità di una presenza europea sul terreno e un supporto militare statunitense a lungo termine.

Ma le incertezze restano. Il piano di ricostruzione è per ora solo sulla carta. I fondi non sono stati ancora stanziati e diversi attori internazionali restano scettici sulla sua realizzabilità. Inoltre, non è chiaro se Mosca accetterà la presenza di truppe NATO o alleate in Ucraina, anche con finalità esclusivamente difensive.

Intanto, la diplomazia si muove. Martedì, a Davos, gli emissari del presidente Trump — Jared Kushner e Steve Witkoff — hanno incontrato il negoziatore russo Kirill Dmitriev. Il giorno dopo si sono recati a Mosca per un incontro con Vladimir Putin e con lo stesso Dmitriev, prima di spostarsi ad Abu Dhabi, dove oggi si apre il primo round ufficiale di negoziati diretti tra Kiev e Mosca dal 2022. Da parte ucraina sarà presente Kyrylo Budanov, capo dell’amministrazione presidenziale; per Mosca, oltre a Dmitriev, il generale Igor Kostyukov, a capo del GRU, il servizio segreto militare.

«Sono ottimista», ha dichiarato Witkoff. «Rimane un solo punto aperto, il Donetsk. Ma abbiamo esplorato diverse versioni. Questo significa che è un nodo risolvibile. Zelensky si è mostrato disponibile». Cautela, però, arriva da più parti. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha confermato che i negoziati comprendono anche un documento sulla “sequenza”: prima la cessione del Donbass, poi i fondi e le garanzie. Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha lanciato un monito: «Putin non è un uomo di pace. Serve un accordo che non semini i presupposti per un nuovo conflitto».

Nel frattempo, l’opinione pubblica ucraina resta fortemente contraria a qualsiasi concessione territoriale. Per Zelensky, il compromesso rischia di diventare un boomerang politico. Ma anche la prosecuzione del conflitto ha costi umani e strategici sempre più insostenibili.

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