Al Mast di Bologna due mostre per un racconto fotografico sull’abito da lavoro

 

di Giordana Capone

Bologna – “Uniform, into the work/out of the work” è un racconto visivo che raccoglie un’eredità storica di conoscenza, memoria e testimonianza dell’uniforme, che è la forma del lavoro, è materia inorganica che ne restituisce caratteristiche e condizioni. Al Mast di Bologna fino al 20 settembre (ma fino al 25 agosto lo spazio è chiuso per ferie) la mostra, curata da Urs Stahel, raccoglie 600 scatti di fotografi internazionali documentando le eterogenee tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in diversi contesti storici, sociali e professionali e indaga i cambiamenti culturali che definiscono e rimodellano la funzione dell’uniforme.

L’itinerario si articola in due sezioni: la collettiva La divisa da lavoro nelle immagini di 44 fotografi negli spazi della PhotoGallery e la monografica Walead Beshty: ritratti industriali nel Gallery/Foyer. La prima, che attraversa tutto il ‘900 fino ad arrivare alla più stretta contemporaneità, presenta ritratti con abiti da lavoro, differenti per epoca e impiego. Le immagini degli artisti sono documenti e riflessioni ruvide e amare, corrosive e inquietanti.

I sette ritratti di Olivier di Rineke Dijkstra mostrano i dolorosi mutamenti nel volto del giovane francese durante il corso del suo addestramento nella Legione Straniera. Alle operaie in tuta da lavoro negli stabilimenti Fiat a Torino negli scatti di Paola Agosti si affiancano i minatori cinesi di Song Chao e l’operaio di Sebastião Salgado, a cui fa da contrappunto Ritratto di gruppo dei dirigenti di una multinazionale di Clegg & Guttmann, dove l’abito diventa elemento di comunicazione simbolica.

In Le apparenze non contano di Barbara Davatz persino i vestiti di una catena d’abbigliamento come H&M, pur promettendo accessibile unicità, spersonalizzano e schiacciano le identità. L’uniforme è ruolo quindi, e rappresenta una distinzione di classe, di status e di potere. Segue l’esposizione nel Foyer, che raccoglie una selezione di 364 fotografie, realizzate da Beshty, di direttori, curatori, artisti, galleristi, collezionisti, tecnici e operatori di istituzioni museali e degli ambienti in cui si muovono. Si consuma una simbiosi tra persona e professione; la funzione svolta all’interno del sistema dissimula le sfaccettature dell’identità del singolo. Le immagini sembrano comporre infatti un unico grande ritratto di una specifica realtà industriale, quella dell’arte. Le uniformi segnalano l’appartenenza a una collettività, trasmettono orgoglio e rispetto. Eppure escludono, indicando e intensificando conflitti sociali, fino a diventare meri esperimenti di moda, fino a trasformarsi in un fardello autoinflitto e spietato.

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