Semiconduttori, cosa stanno facendo gli Usa per non perdere il primato sui chip

Gli Stati Uniti sono i primi nella progettazione di semiconduttori ma devono affidarsi a Taiwan per la manifattura e l’assemblaggio. Ieri il Congresso ha aperto le trattative per una legge che sviluppi internamente queste capacità

Ieri il Congresso degli Stati Uniti ha aperto le trattative formali su una legge per lo sviluppo della capacità manifatturiera domestica di semiconduttori, o microchip. Si tratta di componenti – anche molto sofisticati – necessari alla realizzazione di automobili, computer, elettrodomestici, smartphone e dispositivi tecnologici simili, tra le altre cose; sono dunque cruciali per lo sviluppo futuro e la competitività delle economie.

Convergenze anti-cinesi tra democratici e repubblicani

Per favorire la convergenza tra i democratici e repubblicani e ottenere l’approvazione della legge – potrebbero comunque volerci mesi per raggiungere un accordo definitivo –, la segretaria al Commercio Gina Raimondo ha fatto leva su uno dei pochissimi temi che mette (quasi) d’accordo i due partiti: il contrasto della Cina e il mantenimento del primato economico, industriale e innovativo degli Stati Uniti. Mesi fa la speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, commentando un disegno di legge sui fondi per la ricerca scientifica e la capacità manifatturiera, disse appunto che avrebbe permesso all’America di “avere la meglio su qualsiasi nazione”. Nella stessa occasione il senatore repubblicano Todd Young dichiarò che “per superare, sovra-innovare e avere la meglio sulla Cina dobbiamo lavorare insieme e portare la lotta al Partito comunista cinese”.

La Cina “non vuole che approviamo questa legge”

Mercoledì la segretaria Raimondo ha detto che la Cina “non vuole che approviamo questa legge”, riferendosi alla norma sui semiconduttori e al fatto che – come riportato dalla stampa – Pechino avrebbe fatto pressioni sui dirigenti d’azienda e sulle associazioni industriali statunitensi affinché si opponessero alle leggi anti-cinesi presentate al Congresso.

Raimondo ha ricordato che la Cina ha investito 160 miliardi di dollari nella produzione di microchip per colmare il proprio ritardo tecnologico. “L’ultima cosa che vogliono è che noi investiamo 52 miliardi”.

Accorciare le filiere dei chip

Gli Stati Uniti, la Cina e molte delle altre maggiori economie mondiali stanno lavorando per “riportare a casa” la manifattura di microchip, spesso delocalizzata in Asia per ragioni di convenienza di costo: considerano questo processo una questione di sicurezza nazionale, dato che i semiconduttori sono degli abilitatori cruciali dello sviluppo industriale e sarebbe rischioso lasciare la loro produzione in paesi troppo lontani dai mercati di riferimento, specie se sono retti da governi ostili che potrebbero bloccare le forniture. È un ragionamento che ha preso forza sia con la pandemia di coronavirus (che, con i suoi apri-chiudi continui, ha creato intoppi agli approvvigionamenti che continuano a pesare sulle performance di alcuni comparti), sia con l’aggravarsi delle tensioni tra Washington e Pechino (il rischio geopolitico è ormai un fattore che le imprese non possono più ignorare).

Come ricordato da un recente brief di Cassa depositi e prestiti, gli Stati Uniti hanno una quota del 65% nel mercato della progettazione (design) di microchip. Per quanto riguarda però la loro realizzazione concreta, ovvero la fase di fabbricazione, sono indietro: la loro capacità vale l’8%; quella taiwanese, per fare un paragone, è superiore al 60%. Taiwan è leader anche del segmento finale della filiera dei microchip, la fase di testing e di confezionamento (packaging): la quota di mercato di Taipei è del 53%, quella di Washington del 13. Riassumendo, l’America è saldamente al primo posto nella progettazione di semiconduttori ma deve affidarsi all’Asia, e soprattutto a Taiwan, per la loro manifattura e l’assemblaggio: è un rischio, perché il Paese, oltre che distante, viene rivendicato dalla Cina come parte integrante del suo territorio.

Costruire fonderie non basta

Per consegnare agli Stati Uniti la supremazia sui chip, non soltanto nella fase di progettazione ma anche in quella di produzione, il Presidente Joe Biden propone di investire nella “infrastruttura”: vale a dire nelle fonderie, i luoghi dove si fanno i semiconduttori. I 52 miliardi di sussidi pubblici servono proprio a incoraggiare e sostenere le aziende nei grandi investimenti necessari all’apertura di fabbriche (sul suolo americano, ovviamente).

Lo scorso gennaio Intel, la più grande compagnia di microchip al mondo per vendite, ha annunciato un investimento da 20 miliardi di dollari per la costruzione di due nuove fonderie in Ohio, che saranno pronte entro il 2025. Non è il primo messaggio di questo tipo della società, ma non è comunque sufficiente a soddisfare le ambizioni della Casa Bianca. Per diventare autonomi dall’estero, infatti, gli Stati Uniti dovrebbero installare sul proprio territorio l’intera catena del valore dei semiconduttori: non solo i centri di progettazione e le fabbriche, quindi, ma anche gli impianti di confezionamento che finora mancano. La fase di testing e packaging oggi si concentra principalmente in Asia orientale, mentre il Nordamerica – i due poli sono Texas e California – è poco rilevante. Un mese prima della comunicazione sulle fabbriche in Ohio, Intel ha infatti annunciato la costruzione di un nuovo stabilimento di confezionamento da 7 miliardi in Malaysia.

L’America deve fare come la Cina?

Non tutti – e in particolare i repubblicani più liberisti – sono poi convinti che l’approccio di Biden alle filiere critiche sia corretto. È un approccio fatto di sussidi pubblici, di controllo e intervento governativo, di favoreggiamento delle aziende domestiche: oltre che intrinsecamente protezionistica, una politica industriale centralizzata di questo tipo ricorda – paradossalmente – proprio quella della Cina, l’avversaria che l’America intende staccare di netto. Cathy McMorris Rodgers, repubblicana alla Camera, dichiarò appunto: “So che i democratici vogliono dire che si tratta di una legge competitiva, ma prende spunto dal manuale della Cina”.

Testo e foto pubblicati per gentile concessione di Eastwest, magazine di geopolitica diretto da Giuseppe Scognamiglio www.eastwest.eu

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