Sul clima Ue e Usa vogliono dare l’esempio ma non ci riescono

Il contestatissimo inserimento di gas e nucleare nella tassonomia energetica europea potrebbe danneggiare la politica estera di Bruxelles, che non è l’unica a voler essere leader dell’azione climatica nel mondo

di Marco dell’Aguzzo

Mercoledì il Parlamento europeo ha votato a favore dell’inserimento di alcuni progetti sul gas naturale e sull’energia nucleare nella lista delle attività economiche considerate sostenibili dal punto di vista ambientale. Significa, in sostanza, che le due fonti rientreranno nella cosiddetta “tassonomia”, ossia lo strumento elaborato dalla Commissione per orientare i flussi degli investimenti pubblici e privati verso destinazioni coerenti con il processo di transizione energetica.

Il voto è stato molto criticato non solo dagli attivisti per il clima ma anche da alcune società di investimento, a dimostrazione di come la decarbonizzazione (l’abbandono progressivo dei combustibili fossili in favore delle fonti rinnovabili) sia stata ormai abbracciata dalla finanza e considerata un’opportunità di business e di profitto: la sigla più in voga nel settore è infatti ESG, che sta a indicare i valori di sostenibilità ambientale, sociale e di governance di un certo progetto.

La decisione del Parlamento, però, potrebbe ripercuotersi sulla politica estera dell’Unione europea e minarne la capacità di presentarsi come la leader dell’azione climatica globale, probabilmente la sfida più grande per l’umanità, oggi e per gli anni a venire. L’Europa, peraltro, non è l’unica a volersi intestare questa battaglia: anche gli Stati Uniti di Joe Biden vogliono essere la guida del mondo intero. Sia Bruxelles che Washington, tuttavia, potrebbero non riuscire a realizzare questa ambizione: hanno elaborato piani importanti per la riduzione delle emissioni, ma hanno difficoltà a concretizzarli. Senza i fatti, non potranno dare l’esempio agli altri e incoraggiare i Governi più reticenti ad accelerare il passaggio alle energie pulite.

Il problema dell’Unione europea

Il problema dell’Unione europea è che il gas è un combustibile fossile e rilascia emissioni, benché molto meno del carbone. Il suo utilizzo, allora, può essere utile per sostituire in tempi brevi l’idrocarburo più inquinante e per stabilizzare (le centrali a gas forniscono energia in maniera continuativa e modulabile) le reti elettriche sempre più dominate dalle rinnovabili intermittenti (eolico e solare) fintantoché non si affermeranno i dispositivi di stoccaggio su larga scala. Lo stesso discorso vale per il nucleare, che ha il vantaggio di non rilasciare gas serra, benché produca scorie radioattive da gestire con attenzione.

Da un punto di vista pratico, l’inserimento di gas e nucleare nella tassonomia europea può avere senso perché l’Unione deve tenere conto delle differenze tra i mix energetici dei Paesi membri, alcuni dei quali – come la Germania e la Polonia – molto dipendenti dal carbone. Potendo accedere con maggiore facilità ai finanziamenti “verdi”, potranno dunque sostituire la capacità carbonifera con il gas mentre lavorano all’adeguamento delle reti elettriche affinché possano gestire più impianti rinnovabili. Non vale solo per Berlino e Varsavia, in realtà, ma anche per buona parte del continente, che vuole dotarsi di nuove infrastrutture per ricevere gas da venditori diversi dalla Russia, che finora è stata nettamente la maggiore fornitrice di combustibile dell’Europa.

Quanto al nucleare, il parere del Parlamento avvantaggia innanzitutto la Francia, che utilizza questa fonte per produrre il 70% dell’energia che consuma. Ma molte delle sue centrali sono vecchie, e infatti pochi mesi fa il Presidente Emmanuel Macron ha annunciato un piano da quasi 52 miliardi di euro per costruire fino a quattordici reattori di nuova generazione entro il 2035. Grazie alla tassonomia – che non è ancora entrata in vigore, però: manca il voto del Consiglio –, Parigi potrà raccogliere i capitali necessari più agevolmente.

La Commissione europea assicura di voler continuare a rispettare gli impegni per la riduzione delle emissioni (taglio del 55% al 2030 e azzeramento netto entro il 2050), ma l’inserimento del gas tra le fonti sostenibili potrebbe complicare il raggiungimento dei target. E potrebbe, dal punto di vista politico, compromettere l’immagine internazionale di Bruxelles.

Laurence Tubiana, un economista che ha lavorato all’accordo di Parigi, il testo di riferimento dell’azione climatica globale, ha commentato il voto del Parlamento dicendo che l’Unione europea “ha perso l’occasione per stabilire uno standard di riferimento per la finanza sostenibile”, creando al contrario “un pericoloso precedente”. Gli investimenti nelle tecnologie per le energie pulite devono accelerare, e molto; ora c’è il rischio che una parte rilevante di quelle somme vadano a finanziare progetti sulle fonti fossili, favorendo la diffusione del greenwashing (l’insieme di pratiche ingannevoli volte a presentare come ambientalmente sostenibile qualcosa che non lo è davvero). Non è detto, comunque, che la finanza si allinei alla tassonomia di Bruxelles, vista la grande importanza che gli investitori assegnano alla decarbonizzazione e ai fattori ESG.

Il problema degli Stati Uniti

Una tassonomia percepita come non realmente sostenibile potrebbe danneggiare la politica estera-climatica dell’Unione europea. Ma gli Stati Uniti, che similmente vogliono la leadership sul contrasto ai cambiamenti climatici, hanno forse un problema ancora più grave.

Né Bruxelles né Washington né alcun altro Governo può spronare gli altri a fare di più se non riporta risultati in patria tali da legittimarlo davanti alla comunità internazionale. Biden ha elaborato un piano sull’energia e il clima molto ambizioso, ma nel concreto la legge che dovrebbe permettere di realizzarlo – il Build Back Better – è in stallo al Congresso. Per di più, nei giorni scorsi la Corte suprema ha emesso una sentenza per limitare il potere dell’EPA (l’agenzia per la protezione dell’ambiente) di regolamentare i livelli di emissioni di CO2 delle centrali elettriche.

È un grosso colpo sia all’agenda del Presidente, perché il Governo federale vede ridursi la sua capacità di intervento, sia alla credibilità americana. Non a caso, la Cina ha subito approfittato della notizia per attaccare la rivale: “per affrontare il cambiamento climatico non basta gridare degli slogan”, ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri cinese; “Esortiamo i Paesi sviluppati, compresi gli Stati Uniti, ad affrontare le loro responsabilità storiche”.

Cina e Stati Uniti sono, nell’ordine, i due maggiori emettitori di gas serra al mondo. Lo scorso novembre Washington e Pechino hanno annunciato un accordo di collaborazione contro il riscaldamento globale: fu un fatto rilevante perché, nonostante la comune tendenza alla decarbonizzazione, i rapporti bilaterali sono pessimi. L’intesa, dunque, è stata possibile grazie all’intenso lavoro diplomatico, da parte americana, dell’inviato per il clima John Kerry. Considerate però le difficoltà della Casa Bianca a realizzare le sue promesse, di quanto capitale politico disporrà Kerry al prossimo vertice Cop?

Cambiare prospettiva

In ultimo, bisogna registrare un fatto. Per quanto la diplomazia climatica sia fondamentale per l’accelerazione della transizione ecologica nel pianeta, non bisogna tuttavia pensare che il mondo al di fuori dell’Europa e dell’America sia in attesa delle loro indicazioni di percorso.

La tassonomia dell’Unione ha certamente un impatto al di là dei confini del Vecchio continente, ma non ha un’influenza diretta sulla politica energetica degli altri Paesi. Se anche il documento dovesse alla fine escludere il nucleare tra le fonti sostenibili, questo non cambierebbe ad esempio il piano della Corea del Sud – di poco precedente al voto al Parlamento europeo – di portare la quota dell’energia atomica al 30% del mix elettrico entro il 2030.

Testo e foto pubblicati per gentile concessione di Eastwest, magazine di geopolitica diretto da Giuseppe Scognamiglio www.eastwest.eu

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