Usa, Biden rilancia il piano economico per la crescita dell’Indo-Pacifico

Biden è a Tokyo per presentare l’Indo-Pacific Economic Framework, l’iniziativa economica che dovrebbe rilanciare la strategia di Washington per la regione. Ma in Asia non manca un po’ di scetticismo…

di Marco dell’Aguzzo

Secondo il Financial Times, oggi a Tokyo il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden presenterà una versione “annacquata” dell’Indo-Pacific Economic Framework (IPEF), ovvero l’iniziativa economica che dovrebbe rilanciare la strategia di Washington per la regione indo-pacifica, spesso criticata per il focus eccessivo sugli aspetti di sicurezza. La Cina invece, l’avversaria che l’America intende contenere in Asia, insiste molto sulle opportunità economiche per rafforzare la sua influenza politica.

Stando alle sei fonti consultate dal quotidiano, le due pagine di comunicato che accompagneranno l’annuncio dell’IPEF utilizzeranno termini meno netti di quelli scelti in precedenza. Non ci sarà più scritto che i Paesi aderenti avvieranno i negoziati per il framework, ma che faranno partire delle consultazioni che poi, successivamente, porteranno ai negoziati veri e propri. Pare che sia stato il Giappone – una delle due tappe, assieme alla Corea del Sud, del primo viaggio in Asia di Biden da Presidente – a chiedere agli Stati Uniti di stemperare le parole e le promesse: un testo più flessibile servirebbe a favorire l’ingresso nel patto di un numero maggiore di nazioni del Sud-est asiatico. È un’area vivacissima dal punto di vista economico e pertanto contesa tra la Cina e l’America (Biden ha tenuto di recente un vertice proprio con i leader dell’ASEAN); un’adesione massiccia del blocco all’IPEF sarebbe cruciale per il successo dell’iniziativa.

I membri sicuri del framework, quelli che saliranno a bordo da subito, sono quattro: Giappone, Corea del sud, Australia e Nuova Zelanda. Quelli che potrebbero aggiungersi alle discussioni sono Singapore, Filippine e Malaysia. Quelli più riluttanti, con i quali Washington dovrà lavorare per convincerli, sono invece l’India e il Vietnam: non colgono i vantaggi concreti del patto. Quello che vorrebbe partecipare ma potrebbe vedersi respinto, infine, è Taiwan (Pechino non lo considera un paese a sé ma una provincia del suo territorio).

L’IPEF è accolto con un po’ di scetticismo in Asia-Pacifico, perché non è chiarissimo cosa sia. Non è infatti un accordo commerciale tradizionale, nel senso che non prevede, per i firmatari, l’accesso al mercato statunitense. Non è insomma un sostituto del TPP, il patto di libero scambio che doveva servire a contenere economicamente la Cina ma dal quale gli Stati Uniti (nel 2017, sotto Donald Trump) si sono ritirati. Il TPP è ancora vivo, con un nome diverso e un’estensione ridotta, ma non sembra plausibile che l’America vi rientri: “vendere” un accordo di libero commercio all’opinione pubblica nazionale è praticamente impossibile, e del resto anche Hillary Clinton aveva scaricato il TPP durante la campagna elettorale del 2016.

Come indicato dal suo nome, l’IPEF fornirà piuttosto un framework, un quadro normativo dagli standard elevati per lo sviluppo di accordi sulle infrastrutture, le catene di approvvigionamento, l’energia pulita e il commercio digitale. I funzionari americani sostengono che una impalcatura di questo tipo sia più adatta alla realtà del XXI secolo rispetto alle intese commerciali per l’eliminazione o la riduzione dei dazi. Il Giappone tuttavia – così ha dichiarato il Primo Ministro Fumio Kishida al Nikkei – vorrebbe davvero che gli Stati Uniti ritornassero nella TPP.

In sostanza, non è detto che l’IPEF riuscirà a dare davvero alla strategia indo-pacifica dell’amministrazione Biden (e degli Stati Uniti, più in generale) quella componente economica che ad oggi manca, e che è però tanto richiesta dai Governi asiatici.

Testo e foto pubblicati per gentile concessione di Eastwest, magazine di geopolitica diretto da Giuseppe Scognamiglio www.eastwest.eu

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