Via libera del Senato al ddl Calderoli sull’autonomia differenziata, cosa prevede

Il ddl dovrà ora essere esaminato dalla Camera. L’approvazione ha suscitato reazioni contrastanti, tra commenti di soddisfazione da parte della Lega e critiche da parte di altri politici

di Emilia Morelli

L’approvazione in prima lettura da parte del Senato del ddl Calderoli sulla riforma dell’autonomia differenziata ha raccolto 110 voti a favore, 64 contrari e 30 astenuti. La proposta di legge ora passerà alla Camera per un ulteriore esame.

 

Cosa prevede il provvedimento

Il disegno di legge punta a regolamentare l’autonomia differenziata delle regioni che la richiedono, devolvendo alle regioni oltre che le 20 materie per le quali al momento è prevista la legislazione concorrente, vale a dire la comune competenza di Stato centrale e Regioni, anche altre tre materie che al momento rientrano nell’ambito della legislazione esclusiva statale.  Il testo è stato modificato in commissione e in aula. Sono diverse le questioni affrontate..

Anzitutto le Regioni avranno la possibilità di prendere l’iniziativa per richiedere l’autonomia, purché vi sia consultazione con gli enti locali. Con l’autonomia differenziata le Regioni potranno chiedere e concordare con il governo la “devoluzione” di competenze e risorse. L’autonomia differenziata prevede infatti la possibilità di trattenere parte del gettito fiscale generato sul territorio per il finanziamento dei servizi e delle funzioni di cui si chiede il trasferimento. Una sorta di regionalismo spinto e asimmetrico, a geometria variabile. E che divide il mondo politico e amministrativo: da un lato c’è il Sud che teme di perdere altre opportunità, dall’altro ci sono molti sindaci intimoriti da un nuovo centralismo su scala ridotta, senza considerare l’eterna contrapposizione maggioranza-opposizione ma anche le diverse impostazioni dei partiti di governo. Con FdI che frena sul punto la Lega e subordina l’ok all’autonomia al parallelo via libera al premierato.

Le 23 questioni in gioco riguardano temi di primo piano: includono la tutela della salute, l’istruzione, lo sport, l’ambiente, l’energia, i trasporti, la cultura e il commercio esterno. I Livelli Essenziali di Prestazione (Lep) determineranno quattordici di queste aree.

I Lep saranno responsabili nello stabilire il livello minimo di servizio che deve essere garantito a livello nazionale. Questo sarà definito sulla base della spesa storica dello Stato in ogni regione negli ultimi tre anni.Il trasferimento delle funzioni alle singole Regioni sarà permesso solo dopo la determinazione dei Lep, e dovrà rispettare i limiti delle risorse disponibili nel bilancio. Inoltre, per evitare squilibri economici fra le Regioni che aderiscono all’autonomia e quelle che non lo fanno, il disegno prevede misure perequative, cioè risorse aggiuntive anche per chi non chiede maggiore autonomia. La garanzia assicurata da Lep uguali per tutti sulla carta dovrebbe garantire l’uniformità dei servizi offerti ai cittadini da Nord a Sud. Ma nella pratica molto dipenderà dai finanziamenti che lo Stato centrale potrà mettere a disposizione per far convergere le prestazioni, oggi molto differenziate, verso lo stesso livello.

Il provvedimento di riforma prevede, poi, che un team di direzione, formato dai relativi ministri e assistito da una segreteria tecnica, sarà incaricato di esaminare il quadro normativo relativo a ciascuna funzione amministrativa statale e delle regioni ordinarie.

Il Governo avrà un lasso di tempo di 24 mesi, a partire dall’entrata in vigore del ddl, per emettere uno o più decreti legislativi per determinare i livelli e gli importi dei Lep. Stato e Regioni avranno a disposizione 5 mesi per raggiungere un accordo, con intese dalla durata massima di 10 anni.

È prevista, infine, una clausola di salvaguardia che prevede la possibilità di intervento sostitutivo del governo, in caso di inadempimento degli enti coinvolti o rischio grave per la sicurezza pubblica.

Le reazioni del mondo politico

Fra i presenti durante la votazione, c’erano i ministri Roberto Calderoli, relatore principale della riforma, e il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Il leader della Lega e ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, si è unito a loro in seguito. Salvini ha accolto con entusiasmo il risultato, definendolo “un gran risultato”.

Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega, ha espresso gratitudine al governo e alla maggioranza affermando che aumentando il  potere al premier, andrebbe equilibrato da una più ampia autonomia regionale.

Tuttavia, non tutti hanno accolto la notizia con entusiasmo. Elly Schlein, segretaria del Pd, ha criticato la mancanza di opposizione da parte dei presidenti delle Regioni del Sud, accusandoli di privilegiare i loro interessi politici a discapito delle loro comunità e territori.

Anche il presidente del M5s, Giuseppe Conte, ha espresso condanna per il voto, definendolo un “progetto scellerato” che “spacca il Paese” e “svende il Sud a Salvini”. Conte ha evidenziato i rischi di tale riforma, tra cui quello di un sistema regionale frammentato e la possibilità che molti cittadini si sentano trattati come italiani di serie B.

Marco Sarracino, deputato e responsabile Sud della segreteria nazionale Pd, ha descritto l’approvazione come “un giorno triste per l’Italia”. All’interno dell’aula del Senato, in seguito al voto contrario espresso dal senatore Andrea Giorgis, sono stati sollevati cartelli con la bandiera d’Italia. Nel frattempo, la senatrice legista Mara Bizzotto ha sventolato una bandiera del leone di San Marco, simbolo del Veneto, durante il voto.

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