Cultura, Sgarbi in azione per migliorare la circolazione delle opere d’arte in Europa

Più vicini a proposte concrete per l’Italia. Il Sottosegretario: «Nel nostro Paese c’è un sistema protettivo di stampo fascista»

di Fabrizia Carabelli

«È opportuno notificare opere che abbiano meno di 100 anni? Non si può più vendere un quadro del ’62, più giovane di me?». Con il suo solito piglio provocatorio, il Sottosegretario Vittorio Sgarbi ha portato sul banco del Ministero della Cultura una questione dibattuta in materia di mercato nazionale e internazionale: quella della circolazione delle opere d’arte. Il 20 aprile, in un lungo e articolato convegno nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura, esperti italiani e stranieri si sono incontrati per discutere su questo tema molto caro al sistema dell’arte verso il quale anche il nuovo governo sembra mostrare una particolare sensibilità.

All’appuntamento, diviso in due sessioni (una mattutina dalle 10,00 alle 13,00) e una pomeridiana (dalle 15,00 alle 20,00) sono intervenuti, moderati dal prof. Fabio Canessa: il Sottosegretario di Stato alla Cultura Vittorio SgarbiCaterina Bon Val Sassina, Storica dell’arte, Antonio Tarasco, Capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Cultura; Stefania Bisaglia, Dirigente del Ministero della Cultura, esperta i circolazione delle opere d’arte; Anna Somers Cock, storica dell’arte ed editrice; Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze; Gloria Gatti, avvocato esperta del patrimonio culturale; Francesco Salamone, avvocato specializzato nel diritto delle opere d’arte e docente universitario; Giuseppe Calabi, avvocato esperto in diritto dell’arte; Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte; Peter Glidewell, esperto d’arte; Francesca Cappelletti, direttrice Galleria Borghese; Pietro Valsecchi, collezionista e produttore cinematografico; Matteo Smolizza, direttore casa d’aste; Philippe Plantade, giurista francese; Alessandra Di Castro, antiquario; Claudio Consolo, professore di Diritto processuale civile alla Sapienza; Francesco Petrucci, conservatore di Palazzo Chigi ad Ariccia; Generale Vincenzo Molinese, Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Punti di vista differenti, quelli degli ospiti, e tanti i temi toccati durante la giornata che ha fatto emergere l’insoddisfazione verso un sistema giuridico che porta ancora l’impronta della prima legge organica in materia di tutela del patrimonio culturale risalente al primo decennio del ‘900 e che per molti ha urgente necessità di essere aggiornato in una società che è cambiata nelle sue dinamiche sia artistiche sia economiche. La storia da parecchi anni è sempre la stessa: il nostro Paese possiede un patrimonio sconfinato ma, rispetto al resto dell’Europa, è interessato da leggi che non agevolano la circolazione dei beni culturali ma, anzi, in alcuni casi (molti evidenziati dagli interventi della giornata) ostacolano la fruizione delle opere.

«In Francia – ha affermato il Sottosegretario Sgarbi – se un’opera interessa allo Stato, lo Stato la compra, non la tiene in ostaggio. Se non c’è un mercato un’opera non esiste, e chi la fa esistere deve essere premiato, non punito. E perché un’opera deve essere libera solo se vale meno di 13.500 euro? Chi ha detto che se costa più di 13.500 euro diventa importante per il patrimonio nazionale? Importante è invece che ci sia qualcuno che capisca quando una cosa è degna davvero di interesse e quando no».

Ad essere in particolare oggetto di discussione è il concetto di “notifica”, un termine utilizzato nel gergo dell’arte e dell’antiquariato per indicare quell’insieme di passaggi, risalente alla Legge Bottai, che coinvolge il Ministero dei beni e delle attività culturali. In pratica, attraverso il Direttore Regionale competente per materia e a seguito di apposite indagini di tipo amministrativo, il Ministero ha la facoltà di riconoscere l’”interesse particolarmente importante” di un bene dal punto di vista culturale, artistico, storico, archeologico o etnoantropologico. «La parola notifica – con toni provocatori Pietro Valsecchi che da 25 anni colleziona opere d’arte – non si dovrebbe utilizzare affatto. Il collezionista in Italia è lasciato solo, non possiamo vivere nella paura». 
Un punto di vista condiviso da Sgarbi che ha affermato: «Il collezionista non è un criminale ma a volte è meglio degli storici dell’arte, lavora per lo Stato e il suo lavoro va rispettato. In Italia vige un sistema protettivo di stampo fascista. Per togliere il fascismo anche da queste azioni di repressione nei confronti del privato vanno istruiti anche i funzionari del Ministero per delimitare i confini entro i quali si può notificare un’opera».

La questione, tuttavia, non è affatto semplice poiché, in questa logica, ogni bene non notificato si deve presumere di proprietà dello Stato. A dimostrazione di ciò le aste che si sono svolte negli ultimi anni, aste anche importanti, che si sono viste costrette ad annullare alcune vendite di lotti perché improvvisamente “raggiunti” dalla notifica di dichiarazione di Interesse Culturale. Per i collezionisti sia italiani che stranieri si tratta di una dinamica ormai insostenibile che, oltre a causare un deprezzamento dell’autore stesso – il cui valore di mercato viene di fatto congelato – provoca un allarme tale da scoraggiare i compratori, contribuendo a tagliar fuori il nostro Paese dai meccanismi economici che governano il sistema dell’arte.
«Possiamo parlare – ha affermato l’avvocato Massimo Sterpi, invitato a esprimere il proprio parere sul tema – di suicidio dell’arte italiana. La gente è terrorizzata anche dai prestiti delle opere dall’estero. Se un collezionista fa tornare un’opera uscita dall’Italia, rischia una denuncia per ricettazione!».

Il punto di vista di collezionisti, galleristi, avvocati ed economisti appare piuttosto chiaro nell’esigere una riforma del sistema fiscale, come abbiamo visto anche nell’inchiesta sul tema condotta da Inside Art nelle scorse settimane. Più morbido pare l’approccio degli studiosi e degli storici dell’arte che tendono comunque a evidenziare che, oltre all’aspetto di mercato – fondamentale per la salute e la crescita del mondo dell’arte –  è opportuno tener sempre presente la tutela del nostro Patrimonio.


In questo senso si sono diretti gli interventi di Salvatore Settis: «Sarà impossibile – ha affermato – trovare un accordo che sia la perfezione. C’è sempre un compromesso tra la concezione della proprietà privata e della proprietà pubblica. L’aspetto patrimoniale va tenuto in conto così come quello storico contestuale. Il caso dell’Italia è sempre stato diverso da quello del resto del mondo, non riduciamoci a imitare gli altri».

In una linea più moderata si è inserita anche Anna Coliva che da tanti anni lavora in ambito ministeriale: «Mi sento di difendere le leggi che hanno regolato il nostro sistema fino ad oggi – ha chiarito – non serve buttare via tutto ma si potrebbe intervenire con il bisturi anche solo per modificare alcuni aspetti normativi semplicemente aprendoli a una diversa interpretazione».

La soluzione, insomma, non sembra essere dietro l’angolo ma, come ha concluso il Sottosegretario Sgarbi, lo scopo finale è quello di mettere nero su bianco una serie di proposte – questa volta – efficaci e realistiche. Senz’altro iniziative come questa possono aprire l’orizzonte a una serie di migliorie che, oltre a favorire il mercato e i collezionisti, diano al nostro Paese e agli artisti italiani il giusto riconoscimento che si meritano. E in fondo speriamo sia questo l’obiettivo comune per tutti.

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